La parola

di Gianni Faccin –

Quando sembra andare tutto storto, non è sempre facile mantenere il sorriso sulle labbra. La capacità di vedere l’opportunità nascosta dietro la crisi non è da tutti. A volte però bastano poche semplici parole per aiutarti a ribaltare la prospettiva.

Riprendiamo dopo la corposa pausa d’estate, durata più del previsto, in un momento che in tantissimi ci vede ancora lottare contro qualcosa di invisibile ma che è invece tangibile nelle sue ripercussioni: non soltanto minaccia alla salute ma anche timori, rabbie, incertezze, scelte …

Questo blog ha un duplice scopo.

Il primo è quello di offrire ai lettori, ma anche agli stessi redattori, nonché agli operatori volontari che aderiscono e partecipano al “progetto”, momenti di attenta riflessione e di ascolto di sé, sui temi che da tempo sosteniamo ed affrontiamo, perché ritenuti fondamentali per il ben-essere personale e comunitario.

Il secondo è quello di affiancare il lavoro di servizio alla comunità che, come è noto, vuole offrire momenti di crescita personale a chiunque ne senta la necessità. Per servizio s’intende sia l’attività strutturata di “ascolto profondo” delle persone, sia l'”attività formativa” che direttamente o con l’aiuto di altre associazioni partner da anni viene proposta.

Entrambe queste attività si avviano ormai verso il traguardo dei 10 anni.

Oggi più che mai è importante – a mio avviso – impegnarsi a guardare il “viaggio” con occhi attenti e diversi. E’ il famoso tema del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Tutti siamo portati a vederlo mezzo vuoto (vedere i lati negativi degli eventi), ma possiamo scegliere di fare uno sforzo mirato, quello di vederlo mezzo pieno (vedere i lati positivi).

Giulia D.G., parlando di ottimismo, afferma che anche le parole hanno un potere immenso: “L’ottimismo è quella sensazione che, anche dopo una giornata in cui è andato tutto storto, non ti fa perdere il sorriso sulle labbraÈ la capacità di vedere l’opportunità in un momento di crisi. Se la possiedi, sei davvero fortunato. Sarai sempre in grado di rialzarti dopo una brutta caduta e di trasmettere il tuo entusiasmo anche alle persone che ti stanno attorno. Ma se ti sembra che in questo momento è un sentimento che non corrisponde al tuo stato d’animo, forse qualche parola potrebbe aiutarti a ribaltare la prospettiva e tornare a vedere il bicchiere mezzo pieno ...”.

Ecco, ottimismo, sorriso, opportunità, rialzarsi, parola …, ma anche bicchiere, vuoto, pieno…, e potremmo continuare.

Salta agli occhi del buon osservatore come questo che si propone a tutti sia un processo e non un semplice riposizionamento. Ecco perché prevede una scelta e uno sforzo, in quanto costa fatica.

Come gruppo di redazione abbiamo deciso di proseguire questo blog per il prossimo periodo editoriale, muovendo dalla parola e dai suoi significati, aprendo ad ombrello sulla nostra realtà, senza ignorare ciò che appare come negativo, ma facendo luce su quanto c’è di positivo e utile in ogni situazione.

E stiamone certi … c’è sempre.

Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.

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Citazioni: iniziale di Giulia D.G. – finale di Khalil Gibran

Immagine: by Pixabay – il bicchiere


Pezzo semiserio e utile

di Redazione pDtA –

Quando c’é bisogno di staccare, fare pausa, prendere distanza, cambiare aria, ecc., ci dimentichiamo spesso che sarebbe meglio averci pensato prima, cioè di non doverci arrivare perché non se ne può più, ma perché è salutare farlo anche se non si è del tutto sfiniti … Si chiama anche questa prevenzione! E ciò vale anche per il “volontariato”.

Ecco allora che ci fermiamo, anzi rallentiamo.

Dal 15 luglio scorso, fino a tutto il 15 settembre la nostra attività rallenterà. Faremo di questo periodo un momento di ricarica, di riposo, di svago ma anche di ripensamento. E’ già avvenuto in passato, e ci è servito per rivedere tante cose di noi e del nostro importante servizio alla comunità.

Per poter crescere ognuno di noi, il gruppo, l’associazione e poter meglio aiutare.

La sedi dell’Associazione e i “punti d’incontro” ci vedranno presenti soltanto su richiesta esplicita e su appuntamento. Rimangono operativi il riferimento telefonico 333 4012669 e i vari canali web.

Non si ferma l’iniziativa “Insieme irRETIamo il Covid”, progettualità in condivisione con altre tre associazioni, né rallenta lo sviluppo del “pDIMMItiASCOLTO”. Su entrambi daremo aggiornamenti strada facendo attraverso i consueti canali.

Pausa di riflessione creativa invece per il presente blog.

Torniamo presto.

Redazione e Coordinamento di progettoDIMMItiASCOLTO

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Apparenza che inganna …

Tracciando

di Gianluigi Coltri –

Esiste un significato che va oltre il segno che una mano può tracciare su un foglio …

E l’autrice prosegue: “Siano parole scritte, scarabocchi o disegni, il risultato di quel movimento parla di noi. E per questo la definizione di grafologia come “studio della scrittura” risulta un po’ stretta per chi l’ha abbracciata come una scienza che aiuta a conoscere la nostra anima”Il primo a interpretarla davvero così fu padre Girolamo Moretti, religioso e sacerdote dei francescani e fondatore della grafologia scientifica. Fu lui a definire lo studio della scrittura come “la scienza sperimentale che dal solo gesto grafico di uno scritto umano rileva le tendenze sortite da natura o innate”.

“Scienza sperimentale” , secondo la definizione di padre Moretti, o arte (nel senso “artigianale” del termine, mix di abilità, talento innato, molto studio ed ancor più disciplina)? La domanda è probabilmente destinata a rimanere senza risposta.

Di studio della scrittura, per comprendere la personalità del suo autore, si parla però da almeno 400 anni, con varie e più o meno fortunate scuole di pensiero, compresa quella che giudica la disciplina del tutto inattendibile…

In campo forense, in compenso, la grafologia è ammessa, ma per determinare se, per esempio, una firma è autografa o apocrifa, non però per determinare la personalità, gli impulsi o le pulsioni di chi scrive.

Pur rimanendo un po’ scettico sui metodi d’indagine, che comunque si sforzano di fornire una serie di punti fermi (la forza con cui si scrive, la velocità della mano, direzione delle parole, utilizzo degli spazi…), devo ammettere quanto riportato su molti testi, compreso il libro in citazione, è intrigante, perchè ci fa riflettere su quanto di noi possiamo rivelare anche se non vogliamo farlo.

Purchè non si scriva in stampatello o con il computer: ma proprio queste abitudini dicono che, sotto sotto, c’è qualcosa che vogliamo nascondere di noi stessi…

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Adattamento testo e titolo a cura della Redazione pDtA in base all’Emailing Blog di Gianluigi Coltri – pezzo del 29 giugno 2021 su Vileggedo 2021 – Saggio

Citazione e riferimenti: Candida Livatino, “Dagli scarabocchi alla firma”, Mursia, 2021

Immagini by Pixabay: Penna tracciatrice – Donna che legge o scrive

Testo: Gianluigi Coltri

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Donna in lettura o scrittura

Fragili… sì, ma resilienti

di Annamaria Sudiero –

La vita è per il 10% cosa ti accade e per il 90% come reagisci

Tutti noi abbiamo affrontato o affronteremo delle avversità e ognuno lo avrà fatto o lo farà nel modo in cui ne è capace.

Possiamo essere resistenti, non farci scalfire da niente e da nessuno. Essere forti come una quercia, combattere, non chiedere aiuto. Perché ci hanno insegnato che non dobbiamo piangere, che lamentarsi non serve a nulla, che l’uomo deve fare l’uomo, che la donna deve resistere. Ma quando le forze fisiche e mentali inevitabilmente si esauriranno, rischieremo di ritrovarci per terra e risollevarsi diventerà difficile, forse, quasi impossibile.

Oppure possiamo essere resilienti, come un giunco, che oscilla al vento ma non si spezza. Accogliere in noi e mostrare la fragilità del momento, perché la fragilità fa parte dell’essere umano e non ce ne dobbiamo vergognare, ma trovare poi la forza e la motivazione per superare l’ostacolo e riprendere in mano la nostra vita.

Resilienza deriva dal latino “resalio” ovvero l’atto del naufrago di risalire sulla barca rovesciata dal mare.

Quel marinaio, sulla barca, sarà stato sicuramente all’asciutto, ma una volta caduto in acqua e poi risalito, si sarà ritrovato inevitabilmente bagnato fradicio! Come quel naufrago, neanche noi, dopo aver affrontato la nostra “battaglia”, potremo essere nelle stesse condizioni di prima.

La “lotta” ci avrà inevitabilmente lasciato delle “cicatrici” che dovremmo saper riconoscere e magari riuscire a valorizzare.

Un po’ come la millenaria arte giapponese, che prevede l’uso di oro o argento, chiamata “kintsugi” (kin=oro e tsugi=riunire, riparare). La tecnica consiste nell’usare il prezioso metallo per saldare insieme i cocci di un oggetto di ceramica rotto. L’oggetto avrà una nuova vita e, attraverso le “cicatrici” così impreziosite, ogni pezzo riparato sarà unico e irripetibile.

Il kintsugi spiega che la rottura di un oggetto non deve per forza decretarne la fine. Ma le sue crepe diventano preziose trame. Si deve tentare di recuperarlo, e nel farlo lo si può valorizzare. Ognuno di noi può cercare il modo di attraversare con resilienza le avversità, di crescere attraverso le proprie dolorose esperienze, senza nasconderle, ma valorizzandole, convincendosi poi che sono proprio queste che ci rendono persone uniche e preziose.

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Citazione di Charles R. Swindoll

Immagini dal web

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Piegarsi senza spezzarsi

Conosci te stesso?

di Luciana Dalla Valle e Gianni Faccin

ὰρχέτυπος

(GF)

La parola riportata sopra è quella originale che deriva dal greco antico e che significa “immagine”. Sua derivazione è la parola “archetipo” formata da arché e typos ossia origine e modello, rispettivamente. La libera enciclopedia dice che il termine viene usato, attualmente, per indicare, in vari ambiti, la forma preesistente e primordiale di un pensiero (filosofia) come nel caso dell’idea platonica; per indicare simboli innati dell’inconscio umano (psicologia), aspetti ben presenti nell’idea di Jung; e per rappresentare altri fenomeni della vita umana come in letteratura, linguistica, filologia, ma anche in mitologia e marketing.

L’archetipo non è rappresentabile materialmente, ma l’uomo cosciente lo può percepire e comprendere attraverso le sensazioni e gli impulsi da esso espressi.

E’ importante per conoscere se stessi, aver maggiore consapevolezza di sé, lavorare con gli archetipi. Gli archetipi sono forze istintive che, se non sono consapevolizzate, agiscono in modo inconscio, mentre la consapevolezza nel contempo li attiva e li gestisce: ciascuno di noi nasce infatti con alcuni archetipi già attivi, mentre altri sono ancora dormienti. Per attivare gli archetipi è necessario diventare prima di tutto consapevoli della loro esistenza, dobbiamo cioè concepirci e sentirci come se ci fossero più personalità al nostro interno. Se invece continuiamo a pensare che siamo fatti in un solo modo, vuol dire che siamo identificati solo con una parte e non vediamo le altre parti, che altro non sono se non le potenzialità nascoste che aspettano di essere riconosciute.

[LDV]

Tra le tante discipline e metodiche proposte per conoscere se stessi, quella che più mi appassiona è l’uso dei dodici archetipi di Carol P. Pearson. Gli archetipi sono energie che lavorano dentro di noi e che sono state individuate come comportamenti che mettiamo in atto.

Ogni archetipo ha le sue caratteristiche peculiari, possiede una determinata paura, un lato del carattere che non vogliamo vedere e dei doni da recuperare.

L’ energia archetipica si esprime in ogni esperienza umana, si evolve da una matrice innata ed inconscia, si manifesta come simbolo e in seguito come sentimento ed emozione.

Le emozioni che emergono dal contatto con l’archetipo sono il livello più cosciente dell’energia archetipica, sono ciò che affiora e viene riconosciuto come dolore, amore, entusiasmo, passione, estasi ecc.

Gli archetipi vengono definiti “guide” in quanto, conoscendoli, ci permettono di modificare quei tratti caratteriali della personalità che sono controproducenti per lo sviluppo ed il benessere personale.

Lavorare con gli archetipi mira ad integrare e recuperare quel “tesoro” che contengono e riportare equilibrio, armonia e benessere alla persona.

Riporto qui di seguito alcune riflessioni di persone che stanno lavorando su di sé con gli archetipi:

  • E’ stato un anno di lavoro guidato, su me stessa, che mi ha molto coinvolta. Gli archetipi presentati sono stati una rivelazione, non ne conoscevo l’esistenza ed il significato e soprattutto ho rivissuto le tappe della mia vita riattraversandole, se possibile e rivivendo, attraverso gli archetipi, situazioni e tappe con una consapevolezza profonda, nuova e chiarificatrice. Ho preso coscienza di insicurezze, fragilità ed errori commessi, pur in buona fede e mi sono accorta di aspirare fortemente ad essere un Cercatore sempre più rivolto a ciò che veramente interessa a me nel mio profondo.
  • Da circa 7 anni lavoro su me stessa e ho trovato il completamento di tutto il percorso che avevo fatto. Mi sta particolarmente interessando il percorso con gli archetipi che mi aiuta ancora di più ad andare in profondità dentro di me.
  • Credo che con la conoscenza degli archetipi di avere imparato molto, e molto dovrò imparare. Mi aiutano ad affrontare la vita con positività e ad affrontare i problemi in maniera equilibrata …
  • Il mio parere è molto positivo. Conoscere questa modalità così antica ma quasi “scientifica” di interpretare la realtà è stata una rivelazione, una grande finestra aperta per guardare da punti di vista diversi le dinamiche mie personali e in generale la realtà che mi circonda. Ora con “lo sguardo degli archetipi” osservo ciò che mi crea sofferenza con maggiore distacco, corro meno il rischio di confondermi e mi sento più solida e preparata ad andare avanti.

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Citazione e riferimenti nel testo: Wikipedia e Treccani Enciclopedia

Web: https://www.archetipi.org/it/teoria/attivazione-e-gestione-degli-archetipi


Calligrafiamo

di Gianni Faccin –

Si impara con la pratica. Che si tratti di imparare a danzare facendo esperienza di ballo, oppure imparare a vivere facendo esperienza di vita, il principio non cambia. In alcuni campi si diventa atleti di Dio.

Come per la danza lo stesso è per la lettura e per la scrittura. Solo che tutto gira intorno alle parole.

Sullo scrivere va fatto un inciso. E in particolare sulla calligrafia.

Prendendo in mano la Treccani troviamo che calligrafare, verbo non molto usato, significa mettere in calligrafia, in bella scrittura. In passato si usava per spiegare l’atto di scrivere o trascrivere in bella scrittura, regolata e armonica, secondo determinati modelli o secondo i canoni formali della scrittura.

Non scriviamo più come un tempo, penna-carta-calamaio. Ma nemmeno più con la penna Bic. Salvo casi rari usiamo moltissimo lo smartphone, il tablet, il computer, ecc. Spesso non prendiamo appunti, ma registriamo con il cellulare.

Tutto bello e comodo, ma stiamo abbandonando una modalità che mette in moto il nostro cervello. La nostra mente tende e divenire sempre più una “mente estesa” nella fusione sempre più crescente tra mente umana e menti artificiali.

Ed è veramente il caso di rivalutare lo scrivere.

Si dice che la scrittura rappresenti la parte inconscia della nostra personalità: saper interpretare la propria calligrafia e quella degli altri dovrebbe aiutarci a capire meglio noi stessi ma anche chi ci sta intorno. Dalla scrittura si possono evincere aspetti del carattere come l’essere espansivi o chiusi con il mondo che ci circonda, oppure se siamo ansiosi o pazienti. Da qui scaturisce l’importanza della grafologia, che è una disciplina abbastanza complessa che richiede anni di studi per essere compresa al meglio e per poter essere utilizzata.

A mio avviso, da tutto questo, discende innanzitutto la necessità di lavorare su di noi stessi per conoscerci meglio, ancor prima di ambire a conoscere gli altri.

Fu un caso che, anni fa, mi sottoposi all’esame calligrafico, ricavandone elementi molto interessanti per un autoesame. Ne ottenni “scoperta, scoperta e ancora scoperta”.

Non è un caso che continuo tutt’oggi ad esaminare il mio approccio alla scrittura sia con penna su carta sia su tastiera o smartphone. Ma credo che sia fondamentale guardare alla scrittura tradizionale, che, ne sono convinto, influenza decisamente ogni altra forma conseguente e digitale.

Credo che sia un obiettivo raggiungibile, ma decisamente importante, riuscire a vivere appieno e in modo consapevole il “momento scrivente”.

L’ho provato di recente con l’aiuto di una brava facilitatrice e mi sono accorto come sia possibile cogliere il momento se si riesce a non aver fretta e a non essere vittime della eccessiva competitività o delle proprie aspettative.

Si tratta di ” vivere” nel senso di esistere, lasciando spazio alla libera circolazione delle proprie emozioni.

Come scrisse una nota coreografa: “Per provare emozione o semplicemente per esistere, bisogna saper cogliere la novità assoluta di ogni istante. Bisogna permettersi di percepire la sensazione di essere vulnerabili. Può darsi che ciò che vediamo non ci piaccia, ma questo non ha importanza. Non sempre si deve giudicare, bisogna invece che ciò che percepiamo ci colpisca, ci emozioni, bisogna che il corpo sia vivo“(*).

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Citazione: Martha Graham, coreografa e ballerina

Immagini by Pixabay: Ballerina (sotto) e Scrittura (in evidenza)

Ispirazione: Fania Borin, maestra d’arte e art-counsellor

Riferimenti nel testo (*): frasi di Martha Graham dal testo DANZA aforismi e citazioni di Sara Zuccari – edito dalla Fondazione L. Massine)

Spunti: da incontro 1 e 2 del Laboratorio “Coinvolgersi senza perdersi” del 5 e 26 maggio 2021 a cura di Gsm san Giorgio e progettoDIMMItiASCOLTO


Amico Libro

di Beatrice Bertoli –

Essere come un libro aperto: non avere segreti, mostrarsi per come si è.

Un libro è un amico, e può aiutarti.

Ti consola, ti coccola e ti suggerisce quello di cui tu hai bisogno in quel momento.

Quando ero in Inghilterra, come ragazza alla pari, il libro “I pilastri della terra” di Ken Follett dava un senso alle mie giornate.

Apprezzai tutto di quel libro: com’era scritto e quello che raccontava; mi portò dentro il mondo medievale, mentre lo leggevo, seduta tra l’ erba delle colline inglesi.

E, come un amico, mi aspettava al momento giusto per suggerirmi spunti o sopperire alle mancanze della giornata.

Negli anni 2000 feci la maestra e mi accorsi dell’ importanza di valorizzare i libri nelle mie lezioni: portavo libri presi in biblioteca e ne leggevo qualche brano ai bambini in modo da attirare la loro attenzione e accendere la loro curiosità.

Personalmente amo i libri, anche se questa passione mi ha procurato in passato l’etichetta di “secchiona”. Sono convinta che la società tutta sarebbe migliore se le persone trovassero il tempo di prendere tra le mani un libro.

Siano essi di arte, poesia o matematica, i libri sono pronti a darci appunti di vita e diversi punti di vista.

Come è difficile aprire la porta all’altro! E come risulta difficile anche aprire una finestra sul mondo, bloccati come siamo tutti da pregiudizi e paure.

Lo dico per esperienza personale. Io stessa nelle amicizie sono molto selettiva e questo non mi permette di buttarmi priva di quelle barriere protettive che ognuno si costruisce. Mi sono chiesta spesso se la vita sarebbe migliore lanciandosi nella calca senza pensare al “dopo”; intrecciando relazioni spontanee e senza filtri.

Certo, la spontaneità paga sempre.    

Però non tutte le persone sono “libri aperti”.

A noi non resta che scoprirci e scoprirle.

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Citazione: by Wikypedia Libro aperto

Immagini by Pixabay: Libro in tasca (in evidenza) e Giovane lettrice


Coinvolgersi …

di Redazione pDtA –

E il viaggio prosegue …

Le iniziative che grazie all’impegno della nostra Associazione si aggiungono alle precedenti già in atto (vedere https://dimmitiascolto.org/2021/04/27/sentieri-di-gioia-e-consapevolezza), sono tre:

  • entro il corrente mese si perfezionerà “Coinvolgersi senza perdersi“, un sentiero di gioia e creatività dedicato ai “volontari dell’Ascolto” del nostro progetto e ai nuovi amici che si sono avvicinati per conoscerlo, capirlo, viverlo direttamente e da vicino – saranno due gli incontri nel mese nei quali coniugheremo insieme consapevolezza e sospensione del giudizio, verso se stessi e gli altri;
  • in maggio si perfezionerà una “proposta educativa sperimentale” che avrà il duplice scopo di facilitare le famiglie in questa fase terribile e di affiancare alcuni bambini per aiutarli a mantenere una necessaria socializzazione e nel contempo a rafforzare le loro esigenze di formazione scolastica – saranno incontri personalizzati grazie alla collaborazione con “Doposcuola Curumim” di Schio;
  • in giugno partiranno: (I) un’attività di rafforzamento dei centri di ascolto e counselling esistenti, con alcune novità ed integrazioni; e (II) un’attività di sviluppo legata all’iniziativa LIBRARSI LIBERI, partita ad aprile.

Più sotto le locandine dei primi due incontri di “Coinvolgersi senza perdersi”.

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Ascoltiamo …

di Clitta Frigo –

Il volontario accoglie, il volontario ascolta.

Infatti occorre volerlo. E’ una scelta quella di ascoltare e di ascoltare “veramente”. Non è solo un fatto uditivo, ma occorre mettersi in contatto con l’altro, con tutti sensi. E quindi non è automatico, occorre volontarietà e allenamento. Riprendiamo un pezzo di Clitta, pubblicato sul periodico dell’Associazione qualche mese fa (Redazione pDtA).

Per chi si presenta davanti al volontario c’è accoglienza senza alcuna distinzione di genere, di colore della pelle, di età, di fede religiosa, di provenienza, di scelte. Tra la persona e il volontario si instaura un contatto. L’atteggiamento è sempre di rispetto da parte del volontario. Il volontario non costruisce atteggiamenti di accoglienza su pregiudizi che possono venirgli in mente o che gli vengono trasmessi da terzi, perciò sospende qualsiasi giudizio o critica. In un mondo che non sa più ascoltare prima di parlare, è fondamentale l’ascolto attento e attivo. Se mal volentieri si da’ tempo e ascolto la persona se ne rende conto e non si sentirà accolta.

Ascoltare richiede energia. L’ascolto è accogliere in noi stessi le parole che ci raccontano la vita degli altri mettendo da parte noi stessi. Ci si può trovare di fronte a situazioni di scoraggiamento, di rabbia, di paura, di rancore, di smarrimento, di stanchezza, di impotenza, di fragilità, di desolazione, di dolore. E’ una responsabilità capire i passaggi di informazioni, di spiegazioni, di condivisione di notizie. Magari la persona che è davanti al volontario pensa che chi gli sta di fronte abbia in tasca la soluzione di tutti i suoi problemi oppure spera che il volontario possegga una specie di assicurazione sulla vita di fronte alle difficoltà, si aspetta risposte e forse certezze. Il volontario davanti a certe situazioni può faticare a mantenere un certo distaccamento emotivo, a non essere turbato, a non calarsi nei panni dell’altro. Eppure ci si impegna con consapevolezza, con semplicità e con pazienza ad accogliere le mille sfaccettature della questione, a capire l’essenziale delle circostanze.

Bisogna comunque rimanere realisti e sapere che non si possono risolvere certe situazioni. Si cerca di essere imparziali. Si coltiva un rapporto positivo evitando stereotipi e si cerca di costruire una relazione fondata sull’ascolto paziente e sulla comprensione.

Quando non ci sono parole adeguate anche il silenzio è comunicazione. Nell’incontro possono emergere reciprocamente emozioni, ma mai la superficialità. Si sceglie di esprimere speranza alla persona che si presenta con i suoi dilemmi. Superare l’indifferenza e operare con approccio di solidarietà è fondamentale. L’empatia e la vicinanza non devono mai mancare.

L’impegno preso dal volontario non è un compito semplice da svolgere.

Ma si può fare.

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Foto: Pixabay – in evidenza Giovani si ascoltano, sotto Spiccare il volo …