L’indifferenza

COLLAGE a cura di Giorgio Santacaterina –

‘Un invito alla riflessione, spero utile’.

5/2021

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“L’opposto dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza.

L’opposto dell’educazione non è l’ignoranza, ma l’indifferenza.

L’opposto dell’arte non è la bruttezza, ma l’indifferenza.

L’opposto della giustizia non è l’ingiustizia, ma l’indifferenza.

L’opposto della pace non è la guerra, ma l’indifferenza alla guerra.

L’opposto della vita non è la morte, ma l’indifferenza alla vita o alla morte.

Fare memoria combatte l’indifferenza”.

(Elie Wiesel: Discorso alla Casa Bianca, 12 Aprile 1999)

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“Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime”.

(Antonio Gramsci)

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“Il mondo non è minacciato dalle persone che fanno il male, ma da quelle che lo tollerano”.

(Albert Einstein)

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“La nostra vita comincia a finire il giorno che diventiamo silenziosi sulle cose che contano”.

(Martin Luther King)

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“Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza”.

(Stéphane Hessel)

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“L’indifferenza regna così nel nostro quotidiano. A un certo punto ci abituiamo a vedere e rivedere ciò che inizialmente ci ha turbato, non reagiamo più, perché non siamo più scandalizzati del male che incontriamo. L’abitudine provoca l’insensibilità e l’insensibilità l’indifferenza”.

(Enzo Bianchi)

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“Chi è indifferente vede tutto uguale, come di notte, e non s’interessa di chi gli sta vicino. Quando orbitiamo solo attorno a noi stessi e ai nostri bisogni, indifferenti a quelli degli altri, la notte scende nel cuore. Il cuore diventa oscuro.

Come ridestarci da questo sonno dell’indifferenza? Con la vigilanza della carità. La carità è il cuore pulsante del cristiano: come non si può vivere senza battito, così non si può essere cristiani senza carità”.

(Papa Francesco)


Amore

di Annamaria Sudiero –

Mi ricollego al precedente pezzo del 14 febbraio.

Ha detto bene Francesca, alla base di tutto c’è una sola parola: Amore, che, contestualizzata nelle nostre attività, può essere intesa come attenzione, cura, presenza, vicinanza.

Credo sia questo Amore gratuito che ci può indicare la giusta direzione, che ci può far prendere e percorrere, come abbiamo spesso riconosciuto nei nostri incontri, il giusto sentiero.

Sono certa che seguire il sentiero dell’Ascolto non possa che fare del bene a chi viene ascoltato e a chi ascolta.

Ma imparare ad ascoltare, lo sappiamo, non è così facile. Non è come quando impari ad andare in bicicletta, anche se non ci sali più per anni ti ritorna facile farlo.

Voglio dire, per l’Ascolto non basta solo la teoria!

Anche un professionista dell’Ascolto può avere difficoltà nel “tenere a bada” i molteplici sentimenti che in ogni colloquio scaturiscono.

E allora un sentiero che dovremmo intraprendere, o meglio riprendere, è quello della pratica dell’Ascolto.

Con le persone che lo chiedono, ma anche nel nostro gruppo e con chi ci è vicino.

Questa è una mia personalissima opinione data forse da quello che io stessa sento. C’é sempre un po’ di titubanza. Siamo sempre pronti, e ci mettiamo in gioco quando ci sono incontri di condivisione, ma poi non alziamo la mano nell’offrirci per Ascoltare, anche se in verità le occasioni non sono molte. È un po’ come, chiedo scusa per il paragone, aver passato l’esame orale per la patente ma non riuscire a fare quello pratico per timore …

Mi rendo conto che non è facile ma sarebbe formativo ed esperienza di crescita scendere in campo, magari accompagnate nei primi passi, nei primi incontri.

Un altro sentiero che dovremmo intraprendere a mio parere è quello dell’Educazione.

E qui s’impone una sfida importante perché si tratterebbe di rivolgersi non ai singoli ma alla comunità, alla cittadinanza.

Si tratta di proporre incontri con testimonial ed esperti che facilitino nelle persone uno stile di vita che porti al ben-essere.

E sarebbe un ottimo modo anche per far comprendere quant’è importante l’Ascolto di sé e degli altri.

Sicuramente il periodo che stiamo vivendo non ci agevola. Ed è un’enorme contraddizione. Nel momento in cui forse ce n’è più bisogno non si può fare!

Io penso invece che qualcosa si possa fare.

Questo ci aiuterà ad anticipare l’arrivo di tempi migliori, andando oltre il semplice augurio.

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Foto Pixabay: Accompagnamento e in evidenza: sentiero roccioso

La Gioia

di Francesca Lucia Scolaro –

I sentimenti positivi ci portano ad apprezzare il creato, le cose buone e belle che viviamo e ci donano gioia e in qualche modo ci aprono agli altri. Secondo me la gioia è il cancelletto dell’amore, è la sua base. L’altro sente la nostra gioia nell’incontro con lui e nasce spontaneamente l’empatia. La gioia è la base dell’innamoramento qualsiasi esso sia.

Di qualsiasi amore si parli alla base c’è la gioia che proviamo, la gioia che ci dà. Nell’ascolto dell’altro noi tutti abbiamo a volte provato gioia, e l’altro sente la nostra gioia nell’incontro con lui e spontaneamente nasce l’empatia. Io credo che sentirci amati è la scuola migliore per imparare l’Amore. Guardiamo negli occhi chi ci sta davanti e l’altro capirà il nostro animo sincero e il nostro sarà un abbraccio senza contatto. È fondamentale per tutti noi sentirci amati.

Le parole di padre Ermes Ronchi danno alla gioia   un sapore diverso: “Ciò che fa ricominciare a sorridere è sempre un presagio di gioia, uno straccetto di profetica speranza. Di tracce nascoste di Dio è pieno il mondo. Il senso della vita è positivo. Noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura“.

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Foto by Pixabay: Gioia condivisa in Amicizia e Natura – Gioia pura di banbina

La tempesta

Poesia, falso o spunto?


MIXAGE a cura di Gianni Faccin –

‘Spunti di provocazione alla riflessione’

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4/2021

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Introduzione

Oggi accogliamo una proposta che ci proviene da una nostra cara lettrice, G.B., educatrice ed operatrice all’estero. Si tratta di una poesia o di un testo, molto discusso nel web. Infatti viene attribuito ad una poetessa del 1800 (durante la peste), ma pare non sia propriamente così. E la presunta autrice pare non sia mai esistita. Inoltre l’epidemia di peste cui ci si riferisce è avvenuta in altri periodi storici.

La fonte è il web e le migliaia di “catene” che da aprile 2020 si stanno moltiplicando.

In ogni caso il testo ci coinvolge pienamente per la il significato delle frasi. Ci invia alla speranza, ma non solo, ci propone un atteggiamento di fiducia in un’epoca che appare ai più come tempo di regressione o di deprivazione. Ma anche tali processi ci possono portare ad essere migliori e a trovare nuovi sentieri di sviluppo.

Puntiamo evidentemente a questi significati, perché, ammettiamolo, anche se si tratta di un “falso” come ce ne sono tanti, troppi in circolazione, e di gestione ormai ordinaria, il senso della composizione può aiutare. E ne abbiamo bisogno tutti di pensieri costruttivi, al di là dei marchi di autenticità, depositati o no.

Ora abbiamo una sfida: decidiamo di guardare al senso delle parole e a quanto ci muovono dentro o ci fermiamo alla sterile discussione se il testo rappresenti o no una “falsificazione”?

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Quando passerà la tempesta e si amano le strade
e siamo sopravvissuti di un relitto collettivo
con il cuore piangente e il destino benedetto
ci sentiremo felici solo per essere vivi.
E gli daremo un abbraccio al primo sconosciuto
e loderemo la fortuna di conservare un amico.
E poi ricorderemo tutto quello che abbiamo perso
e una volta impareremo tutto ciò che non abbiamo imparato. 
Non saremo più invidiosi                  
Beh, tutti avranno sofferto.
Non avremo più ignavia e saremo più compassionevoli.


Varrà di più ciò che è di tutti che ciò che non ho mai ottenuto
Saremo più generosi e molto più impegnati.
Capiremo il fragile cosa significa essere vivi
suderemo empatia per chi c'è e chi se n'è andato.


Ci mancherà il vecchio che chiedeva un peso sul mercato,
che non sapevamo il suo nome ed è sempre stato al tuo fianco.
E forse il vecchio povero era Dio travestito.
Non hai mai chiesto il nome perché avevi fretta.

E tutto sarà un miracolo e tutto sarà un'eredità.
E la vita sarà rispettata, la vita che abbiamo guadagnato.

Quando passerà la tempesta Ti chiedo Dio, triste,
che tu ci renda migliori, come ci avevi sognato.

[*] Con questo pezzo inauguriamo una seconda rubrica, curata dal nostro fondatore e collaboratore Gianni Faccin. Il nome è “Mixage”.

Si veda sezione RUBRICHE per altre note.


Matto

foto Pixabay: Follia

Matto – dietro ogni scemo c’é un villaggio


COLLAGE a cura di Giorgio Santacaterina –

‘Un invito alla riflessione, spero utile’

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3/2021

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Tu prova ad avere un mondo nel cuore

e non riesci ad esprimerlo con le parole,

e la luce del giorno si divide la piazza

tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo:

gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

E sì, anche tu andresti a cercare

le parole sicure per farti ascoltare:

per stupire mezz’ora basta un libro di storia,

io cercai di imparare la Treccani a memoria,

e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,

continuarono gli altri fino a leggermi matto”.

[Fabrizio De Andrè: ‘un matto. Dietro ogni scemo c’è un villaggio’]

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“I matti sono punti di domanda senza frase

Migliaia di astronavi che non tornano alla base

Sono dei pupazzi stesi ad asciugare al sole

I matti sono apostoli di un Dio che non li vuole

Mi fabbrico la neve col polistirolo

La mia patologia è che son rimasto solo

Ora prendete un telescopio… misurate le distanze

E guardate tra me e voi… chi è più pericoloso?”

[Simone Cristicchi: ‘ti regalerò una rosa’]

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“I matti vanno contenti a guinzaglio della pazzia,

A caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia.

I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città,

Anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa.

I matti vanno contenti, sull’orlo della normalità,

Come stelle cadenti, nel mare della Tranquillità.

Trasportando grosse buste di plastica del peso totale del cuore,

Piene di spazzatura e di silenzio, piene di freddo e rumore.

I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato”.

[Francesco De Gregori: ‘i matti’]


Quelli che ben pensano

Foto by GiSa


COLLAGE
 a cura di Giorgio Santacaterina –

‘Un invito alla riflessione, spero utile’

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2/2021

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Sono intorno a noi, in mezzo a noi

In molti casi siamo noi a far promesse

Senza mantenerle mai se non per calcolo

Il fine è solo l’utile, il mezzo ogni possibile

La posta in gioco è massima, l’imperativo è vincere

E non far partecipare nessun altro

Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro

Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili

Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili

Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti

Sono replicanti, sono tutti identici, guardali

Stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere

Come lucertole s’arrampicano, e se poi perdon la coda la ricomprano

Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno

Spendono, spandono e sono quel che hanno

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

E come le supposte abitano in blisters full-optional

Con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland

Vivon col timore di poter sembrare poveri

Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano

Poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono

Parton dal pratino e vanno fino in cielo

Han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo

Sono quelli che di sabato lavano automobili

Che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli

Medi come i ceti cui appartengono

Terra-terra come i missili cui assomigliano

Tiratissimi, s’infarinano

S’alcolizzano e poi s’impastano su un albero – boom!

Nasi bianchi come Fruit of the Loom

Che diventano più rossi d’un livello di Doom

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

Ognun per sé, Dio per sé

Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica

Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano

Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano

Mani che poi firman petizioni per lo sgombero

Mani lisce come olio di ricino, mani che brandiscon manganelli

Che farciscono gioielli, che si alzano alle spalle dei fratelli

Quelli che la notte non si può girare più

Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv

Che fanno i boss, che compran Class

Che son sofisticati da chiamare i NAS, incubi di plastica

Che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara

Ma l’unica che accendono è quella che da loro l’elemosina ogni sera

Quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me

Sono come me, ma si sentono meglio

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[da Frankie hi-nrg mc: ‘quelli che ben pensano’]


L’anno che abbiamo vissuto: virus, affetti e isolamento sociale

di Redazione DtA –

Proseguiamo oggi l’intervento a cura di Paola Scalari pubblicato il 6 gennaio scorso (fonte un intervento scritto di Paola del 20 marzo 2020 per ‘ed. la meridiana’).


Moltissime persone sono drammaticamente lontane dai loro affetti e faticano a reggere un’inquietudine senza nome. Sono i genitori in ansia per i figli domiciliati in altre zone del Paese o in altri Stati. Sono i vecchi genitori irraggiungibili là dove dimorano, che creano uno stato di perenne preoccupazione per la loro salute. Sono fragili anziani non più abbracciati da settimane perché isolati nelle loro residenze protette, che stanno, giorno dopo giorno, smarrendosi. Sono ultraottantenni svuotati per l’improvvisa assenza di chi amano e di chi li ha amati per una vita. Accuditi con tanta forza d’animo da un solerte personale. Deprivati però del tocco di chi li ha tenuti stretti a sé per anni ed anni. L’odore della struttura ben disinfettata e della mensa ben rifornita  prende il sopravvento sul rassicurante sapore della pelle di chi ti è stato accanto, dentro, vicino per una vita.

Ognuno sogna di ritrovarsi. Qualcuno più fragile è scappato dai controlli e cerca la sua famiglia. Colpevole giuridicamente, assolto emotivamente. La paura rende irrazionali. L’angoscia non gestita da nessuno rende dissennati.

Si scappa verso chi si ama. Si ha paura di non riuscire a rivederlo poiché il proprio caro potrebbe ammalarsi, venir ricoverato, morire. Morti solitarie in vite spezzate da Covid19. In ogni caso.

In questi giorni, infatti, nessuno può tenere per mano chi se ne sta andando da questo mondo. Gli affetti familiari con gli ammalati sono recisi per sempre nella più oscura solitudine. Sono affettuosità negate nel momento del trapasso. Quello sguardo per dirsi addio nell’ultimo alito della vita mancherà e tormenterà per sempre.

Ma la solidarietà dell’isolamento è l’unico modo per aiutare tutti.

E possiamo apprenderla, questa nuova forma di solidarietà, solo praticandola ognuno dalle sue case.

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Foto sopra e in evidenza Pixabay: Le mani e Donna sola

Storia recente di vita familiare

di Redazione DtA –

Il nuovo anno ci vede iniziare proponendo temi che si ripetono, temi che ci hanno accompagnato fino alla fine del 2020 e che, forse, pensiamo di conoscere bene.

Questi temi, purtroppo, ci faranno compagnia ancora e non è dato di sapere per quanto. Ecco perché c’è bisogno che tutti noi ci auguriamo autenticamente Buon Anno. Un anno nuovo fatto di valori riscoperti, di speranze ritrovate e di fiducia. Tutto il resto è contorno.

Un contributo non recente (20 marzo dell’anno scorso, nelle fasi iniziali del nostro Covid-19), ci può aiutare e riflettere su quanto sta succedendo nei rapporti sociali, a partire dalla famiglia. Lo facciamo grazie a quanto scritto per ‘ed. la meridiana’ da Paola Scalari, psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista che esercita a Venezia. Paola è docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia e supervisore all’Istituto di Milano della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG.


Il rompete le righe

Non c’è più tempo, restiamo a casa”: con questo ordine da parte del governo si sono aperti inediti spazi di vita familiare. La dimora, luogo del ristoro temporaneo in una vita passata perlopiù freneticamente fuori delle mura domestiche, diventa spazio privato dove obbligatoriamente tutti devono convivere. Ognuno fa quel che può per accomodarsi dentro a questo perimetro dell’isolamento sociale che segna un confine che, in quanto ora invalicabile, diviene sconosciuto.

Le famiglie che adesso devono stare forzatamente insieme sono tante e tra loro molto diverse. Perciò non c’è un modo unico di stare dentro casa. Ognuno, a partire dalla sua condizione, sta inventando il suo.

Il virus della solitudine

Alcuni sono barricati nelle poche stanze dei loro appartamenti con i loro affetti. In ogni caso sono rimaste fuori molte relazioni, sia parentali che amicali. Nonni in isolamento dai nipotini devono accontentarsi di languide videochiamate. Il gruppo amicale, prima funzionante come famiglia sostitutiva, non è frequentabile. Ci si sente più soli, meno ancorati all’altro.

Manca la maestra, si avverte l’assenza dei professori, si patisce il vuoto lasciato dai colleghi, mancano i compagni… Questa condizione diventa allora triste nostalgia e struggente desiderio, due emozioni che possono sviluppare però un incremento di amorevolezza verso il prossimo. E lo stiamo vedendo nascere, farsi strada, coinvolgere interi quartieri.

Per molti il restare a casa significa, invece, rimanere fisicamente soli poiché questa era la condizione di vita precedente, attenuata però da tante relazioni fuori casa. Ora nessuno entra fisicamente tra le pareti e il single non può uscire. Giovane o anziano che sia, vive un vuoto relazionale che si fa sentire con qualche sintomo tipico del vissuto abbandonico. Compaiono insonnia, fame nervosa, inquietudine, ossessività, dipendenza dai social, stazionamento davanti alla TV… È tutto normale.

È bene abitare anche questi stati d’animo consapevolmente. Soli fisicamente, o in compagnia di chi essendoci fisicamente fa sentire ancor di più la solitudine, sono i campanelli d’allarme della inevitabile tensione interiore.

[segue]


Foto sopra e in evidenza Pixabay: Solo e Solitudine

Io-Tu

COLLAGE a cura di Giorgio Santacaterina –

‘Un invito alla riflessione, spero utile’

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1/2021

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“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo”.

“Questo è un grande concetto che la cultura occidentale ha dimenticato, ma che aveva in sé: tutto è uno. Questa idea della dicotomia è profondamente sbagliata, niente meglio di un grande simbolo asiatico, cinese, questa ruota dello Yin e lo Yang rappresenta come la vita, l’Universo, è l’armonia degli opposti.

Perché non c’è acqua senza fuoco, non c’è femminile senza maschile, non c’è notte senza giorno, non c’è bene senza male. Questo simbolo è perfetto, perché il bianco e il nero si abbracciano e all’interno del nero c’è un punto di bianco e all’interno del bianco c’è un punto di nero”.

“Ma come uomo sono l’unico? Questo è quello che dobbiamo chiederci. Sono io solo che lavoro, io solo che studio, io solo che mi preoccupo di conoscere sempre di più? O in tutto il mondo ci sono altri uomini come me che pensano, che studiano, che lavorano, che sudano, che soffrono come soffro, lavoro e studio io, e noi? Ecco perché io, tu, lui, loro, noi, siamo tutti uguali in questo”.

“Ma perché l’altro è diverso da me? L’altro non è altro che me stesso allo specchio. Stiamo educando una gioventù all’odio perché abbiamo perso il senso dei valori”.

“Sono fondamentali l’amore e la speranza”.

“L’amore implica dunque qualcosa di più che una serie di azioni benefiche. Le azioni derivano da un’unione che inclina sempre più verso l’altro considerandolo prezioso, degno, gradito e bello, al di là delle apparenze fisiche o morali. L’amore all’altro per quello che è ci spinge a cercare il meglio per la sua vita. Solo coltivando questo modo di relazionarci renderemo possibile l’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti”.

“La speranza o è di tutti o non è speranza”.

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[grazie a Andrea Camilleri don Luigi Ciotti Papa Francesco Alberto Manzi Tiziano Terzani]

[immagine Pixabay: Yin e Yang]