Aiuto sensibile

Redazione DtA

Seconda ed ultima parte del bellissimo pezzo tratto dal sito specializzato “La mente è meravigliosa” (https://lamenteemeravigliosa.it/latto-migliore-cuore-aiutare-gli-altri/) che riportiamo per intero, essendo riflesso della nostra visione generale.


Essere sensibile non vuol dire essere debole, ed aiutare gli altri a rialzarsi non vuol dire lasciarsi prendere in giro; assolutamente. Chi costruisce la propria vita con il cuore ha ben chiari i seguenti tre aspetti.

Il primo è “ti aiuto perché mi aiuto” (ndr).

Chi dà la propria mano a chi ne ha bisogno, in realtà, non lo fa in cambio di nulla. Lo fa perché fa parte del suo essere, perché sente di doverlo fare e non si aspetta una ricompensa materiale, né desidera favori o grandi elogi.

La maggiore ricompensa è sentirsi utile e dare forma a quel sentimento interno che lo definisce. Se voltassimo la testa e fingessimo di non vedere le necessità altrui, questo ci causerebbe una certa dissonanza interna; vorrebbe dire andare contro i nostri valori.

Il secondo è che “aiutare è saggio e che farlo ci arricchisce” (ndr).

Si possono avere molti titoli universitari, parlare cinque lingue, possedere molte automobili e tenere tra le mani il cellulare più sofisticato.

Tuttavia, tutti questi artefici non serviranno a molto se chi li possiede non si rende conto che sua madre, per esempio, ha bisogno d’aiuto perché è affetta da demenza, che il suo partner si sente solo nonostante la sua compagnia… Il mondo stride al suo fianco mentre lui o lei è “incollato o attaccata” a un’infinità di oggetti materiali.

Offrire aiuto ci arricchisce, perché ci permette di riconoscere i nostri simili. Offrire aiuto ci arricchisce, perché ci insegna il linguaggio delle emozioni più primordiali. Offrire aiuto ci arricchisce perché ci rende persone coraggiose, che donano felicità e nuove opportunità.

Il terzo riguarda l’importanza della bontà (ndr).

La bontà che nasce nel cuore è l’unico investimento che non fallisce.

In molti pensano il contrario, che essere buono stanca, che fare del bene a volte causa delusioni. Tuttavia, bisogna avere chiaro che le brave persone devono capire che ci sono dei limiti e che anche loro hanno il diritto di dire basta se ne hanno bisogno. 

La bontà, infatti, si offre con libertà ed intelligenza. Sappiamo che le azioni che partono dal cuore sono grandi investimenti. Ci aiutano ad avanzare privi di rancori e pieni di libertà, emozioni e benessere.

Con se stessi – Pixabay

Utilità di aiutare gli altri

Redazione DtA

Bellissimo pezzo tratto dal sito specializzato “La mente è meravigliosa” (https://lamenteemeravigliosa.it/latto-migliore-cuore-aiutare-gli-altri/) che riportiamo per intero, essendo riflesso della nostra visione generale.


Aiutare alleggerisce e ricompensa. Nonostante si dica spesso che essere buoni non sempre è positivo, solo le persone nobili ed autentiche capiscono che non potrebbero agire in altro modo.

Aiutare gli altri a rialzarsi non è facile. A volte richiede che la persona si renda conto che ha bisogno di essere aiutata e che afferrare una mano amica non è sinonimo di debolezza, ma di forza. In secondo luogo, aiutare implica investire sforzi, tempo ed emozioni. Tuttavia, non sono carichi molto pesanti.La vita stessa dovrebbe essere sempre un naturale incontro tra l’amore ed il rispetto, dove l’empatia universale sia la forza implicita nel nostro cuore che ci permetta di fare della bontà la nostra massima espressione.

Sappiamo che non è facile e a volte ci riempiamo di frasi grandiloquenti che a tutti piace condividere suo social network, ma che, alla fine, alcuni dimenticano. Questo succede perché molti non riescono nemmeno a vedere le necessità più prossime.

A volte è la nostra stessa famiglia o i nostri amici che hanno bisogno di questo sostegno per rialzarsi. Chi è depresso ha bisogno di comprensione, sostegno e vicinanza.

Forse uno dei nostri figli adolescenti sta affrontando un duro periodo, è vittima di bullismo a scuola oppure sta vivendo la sua prima delusione sentimentale. Situazioni che non percepiamo perché non abbiamo tempo, perché rivolgiamo i nostri sguardi ad altri orizzonti.

Il cuore ha bisogno di occhi per vedere e di libertà interiore per sentire. 

Dobbiamo svestirci delle superficialità per accogliere l’essenziale, affinché la bontà innata nell’essere umano ci permetta di aiutare chi ne ha bisogno.

Perché ciò avvenga occorre che impariamo ad ascoltare dal cuore (ndr).

Forse il vostro miglior amico vi parla con il viso dipinto di sorrisi, e le sue parole, in un primo momento, vi sembrano allegre. Tuttavia, vi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire che il suo volto sta per riempirsi di lacrime. Il cuore che sa ascoltare è saggio ed è privo di egoismo, estraneo all’universo chiuso ed entropico che alimenta solo le necessità personali. La bontà sa intuire e sa leggere tra le righe.

Intuire le emozioni altrui è un dono presente nel nostro cervello sociale tramite i neuroni specchio e l’empatia. Veniamo tutti al mondo con la capacità di riconoscere emozioni fondamentali come la tristezza, la rabbia, l’amore o la paura.

Ad ogni modo, a volte, a causa delle influenze sociali, educative o personali, c’è chi concentra tutte le sue intuizioni verso se stesso; su “io provo”, “io ho bisogno” e “io voglio”. Mediante questi tre assi inizia a strutturare la propria vita.

Per vivere con il cuore, non è necessario essere ingenuo come molti credono. Essere sensibile non vuol dire essere debole, ed aiutare gli altri a rialzarsi non vuol dire lasciarsi prendere in giro, assolutamente. Chi costruisce la propria vita con il cuore ha ben chiari i seguenti aspetti:

– ti aiuto perché mi aiuto;

– aiutare è saggio e mi arricchisce;

– la bontà è un investimento che non fallisce.

[il pezzo prosegue nell’uscita successiva del blog]

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Ragazza sola – Pixabay

Ripartiamo … con il Counseling

Redazione DtA – ph. Gianni Faccin

I nostri servizi hanno puntato molto, di recente, sul cosiddetto counselling, attività che entra a pieno titolo nell’area delle relazioni d’aiuto.

Proprio per questo nelle prossime settimane cercheremo di delineare questa modalità d’aiuto, che rappresenta anche una nuova professionalità in Italia, con alcuni pezzi che affronteranno il cuore del counselling, nella speranza di farla conoscere e di diffonderne la validità.

Ma iniziamo oggi con questo pezzo che ripercorre la figura del counsellor o counselor.

Il presente pezzo è stato curato dalla dr.ssa Daniela Grazioli, psicoterapeuta a Milano.

Relazione d’amicizia (Pixabay)

Perché ricorrere a un counselor e non a un caro amico o a qualcuno di saggio ed esperto, quando abbiamo bisogno d’aiuto e ci sentiamo spersi e confusi, perché ci troviamo in una situazione che sembra senza via d’uscita o in una condizione di dolore per qualcosa che ci è accaduto?

Che cosa può dirci di più o di diverso da un amico che ci conosce, un counselor?

Senz’altro niente di più, anzi forse di meno, tuttavia “l’aiuto” elargito in una relazione di counseling è decisamente diverso e più efficace di quello che possiamo ricevere da un amico o chiunque altro.

E questo non perché il nostro amico o chi per lui sia meno bravo, ma perché nell’intervento
di counseling l’obiettivo di accompagnare e sostenere la persona nella soluzione del suo problema esistenziale passa attraverso la riconquista della sua autonomia di scelta e decisione, il riconoscimento delle sue risorse e altro ancora, insomma tutto quello che ci permette sentirci attori e non spettatori della nostra vita.

Ma come? -direte voi- un amico ci conosce, e quindi può comprenderci e di conseguenza aiutarci a sbrogliare la matassa nella quale si è ingarbugliata la nostra vita, meglio di qualcuno che, per quanto competente, non ci ha mai visto.

Ecco quest’ultima affermazione, a prima vista così logica e vera, non è affatto vera.

Il luogo della differenza tra le varie relazioni d’aiuto e la relazione di counseling è nella struttura del colloquio di counseling, un colloquio che per definizione ha lo scopo di potenziare al massimo gli effetti e i cambiamenti positivi che sono naturalmente insiti in ogni relazione umana d’aiuto, e il counselor, che insieme al cliente è uno dei protagonisti
di tale colloquio, deve conoscerne ed apprenderne ogni segreto.

Il counselor perciò non ci darà l’aiuto che ci può dare un caro amico, né il consiglio competente che ci può dare un esperto circa una problematica inerente al suo settore, infatti non possiede né la conoscenza che il primo ha di noi, né la competenza che il secondo ha in un determinato settore, ma la sua preparazione e competenza riguardano specificatamente la conduzione del colloquio d’aiuto, e sarà attraverso questo tipo di colloquio, centrato sul cliente e non direttivo, che saremo aiutati ad aiutarci, perché nel counseling ogni scelta e decisione è sempre opera consapevole e responsabile del cliente, che in definitiva è quanto che ci fa sentire padroni della nostra vita.


Counselor … chi?

Ora, che il “colloquio” non sia una semplice conversazione, ma che abbia una struttura diversa e modalità e regole specifiche a seconda degli scopi e delle situazioni in cui è usato, è ormai cosa risaputa: tutti infatti sappiamo che c’è il colloquio d’assunzione, il colloquio della ricerca motivazionale, il colloquio clinico, il colloquio della psicoterapia, etc., ed ognuno di questi ha una propria forma, proprie regole e procedure da rispettare e obiettivi da raggiungere.

Conversazione – Pixabay

Nel counseling il colloquio faccia a faccia è lo strumento principe e le condizioni che lo rendono efficace sono create soprattutto dalle disposizioni e dagli atteggiamenti del conselor, che assumono perciò una grande importanza.

E’ merito di C. Rogers avere spostato l’attenzione dalle abilità tecniche all’importanza delle qualità umane, sulle quali poi si innescheranno le abilità tecniche. La competenza del counselor nell’aiuto consiste in pratica, nel fare meglio, cioè in modo controllato, consapevole, razionale ed intenzionale, quello che in molte occasioni anche noi facciamo spontaneamente, sembra poco, ma è moltissimo, anzi è ciò che fa la differenza.

Nel counseling perciò doti umane e capacità tecniche per gran parte coincidono, in sostanza la tecnica consiste nel padroneggiare e orientare razionalmente i propri atteggiamenti di ascolto, osservazione, comprensione, empatia, disponibilità, sensibilità, genuinità, che altro non sono che qualità umane.

Queste qualità, è bene ricordarlo, non sono date una volta per tutte, ma devono essere coltivate e sottoposte ad un costante affinamento tramite l’esperienza.

Vediamo adesso più da vicino, attraverso una rapida descrizione delle qualità-abilità e degli atteggiamenti che il counselor deve attivare e di quelli che invece deve evitare nel corso del colloquio, quali sono le dinamiche che si sviluppano e perché scambi ed interazioni condotti in questo modo producano nella persona in difficoltà i cambiamenti desiderati.

Empatia, comprensione, autenticità, riformulazione sono quattro parole chiave del colloquio di counseling, sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda: infatti tutti, chi più, chi meno, in determinate circostanze siamo empatici, comprensivi e autentici, tuttavia riuscire a mantenere costanti e controllati tali atteggiamenti senza sconfinare o introdurvi elementi inquinanti che vanificano gli effetti del colloquio, è estremamente difficile.

L’empatia comporta l’uscire da se stessi, l’eterocentrarsi, l’immergersi nell’universo dell’altro senza esserne emotivamente sopraffatti, ma restando lucidi, e perciò obiettivi.

E’ solo tramite un’empatia attenta e continua che il counselor può entrare nel mondo personale del cliente, e comprendere le cose così come appaiono a lui nella sua vita, è in rapporto a tale vissuto infatti che il suo problema si pone.

Empatia e comprensione presuppongono il saper osservare e il saper ascoltare, non basta un atteggiamento di disponibilità integrale, il conselor deve imparare come si osserva e come si ascolta. Una buona osservazione comporta lo sforzo continuo di cogliere la situazione così come viene vissuta dal cliente, si deve osservare ciò che viene detto e ciò che non viene detto, ma è espresso attraverso il tono di voce, la postura, i silenzi, la mimica etc., che sono un’emanazione diretta dei suoi stati affettivi.

Altrettanto difficile è l’ascolto comprensivo, infatti generalmente noi non ascoltiamo, ma sentiamo parole che continuamente interpretiamo soggettivamente, e deformiamo con le nostre griglie di valutazione.

Osservare ed ascoltare per comprendere comportano la neutralizzazione da parte del counselor di tutti i condizionamenti provenienti dalla sua persona, in modo di poter cogliere i significati così come vengono provati dal cliente e in relazione al suo vissuto.

L’autenticità, che non ha niente a che fare con la spontaneità, riguarda lo sforzo di comprendere che deve essere autentico e sincero, altrimenti il colloquio si riduce ad una formula artificiale e il cliente si accorge subito di non essere stato ascoltato.

Una disposizione autenticamente empatica e rivolta ad un ascolto comprensivo secondo i criteri esposti sopra, produce un immediato effetto positvo anche se inconsapevole, sul morale del cliente che, essendo sempre particolarmente sensibile alla qualità della “presenza” dell’operatore, si sente facilitato da tale atteggiamento nell’esprimere ed esporre il suo problema.

Un altro pilastro del colloquio di counseling è la riformulazione che viene applicata a diversi livelli, dalla semplice ripetizione con parole diverse e in modo più conciso di quanto il cliente ha detto, alla riformulazione-chiarificazione che consiste nel mettere in luce e nel restituire al cliente il “senso” di ciò che ha detto, spesso in modo confuso e disorganico, facendo bene attenzione però a non sconfinare in interpretazioni personali.

Gli effetti della riformulazione sono molto importanti. Il cliente, infatti, è solo di fronte al suo problema, ed inoltre essendo completamente coinvolto e immerso nella sua situazione, non gli è possibile prenderne le distanze ed essere obiettivo, in altre parole, sa di conoscere la sua situazione meglio di chiunque altro, ma ne è prigioniero.

Ciò fa sì che, invece di essere libero di riflettere razionalmente, sia spinto a una sorta di “ruminazione” mentale che ripercorre ossessivamente gli stessi pensieri parziali. La riformulazione da parte del counselor ha il potere di rompere il senso d’isolamento e solitudine nel quale la persona si sente avvolta e di sospendere la “ruminazione”, lasciando via libera alla riflessione razionale.

La riformulazione infatti, nella sua forma più semplice è come uno specchio che rimanda al cliente la sua immagine, cosa che gli consente di incominciare a vedersi con un po’ di distacco, e nella sua forma più complessa, quando cioè riesce a cogliere il vero vissuto del cliente, lo fa sentire veramente compreso e già aiutato, e lo spinge a proseguire con fiducia.

Chiaramente la funzione del counselor è molto più complessa e sfaccettata di quanto ho potuto descrivere in questo spazio, spero tuttavia di aver reso chiaro come il colloquio di counseling serva a ripristinare la capacità di autoregolazione e di autodeterminazione, naturalmente insite in ogni uomo, potenzialità che vengono meno ogni volta che ci troviamo ad essere prigionieri di situazioni emotivamente troppo stressanti.

Colloquiare nella natura – Pixabay

Come raggiungere un traguardo? Senza fretta ma senza sosta

Così disse J.W. Goethe.

Ed è un po’ quello che abbiamo fatto e cerchiamo di fare dal gennaio scorso, allorquando sospendemmo il nostro blog.

Pausa di riflessione? Sì ma anche revisione del nostro comunicare e ancor prima del nostro agire in rapporto alla nostra mission nell’ambito dell'”aiuto”.

L’aiuto, questa grande dimensione che ci interessa e impegna tanto.

Riprendiamo quindi ad essere presenti sui social e in particolare in questo blog cercando nuovi approcci comunicativi grazie a contenuti contestualizzati e ben sintonizzati con il traguardo che ci siamo posti innanzi, ossia di essere veramente di aiuto a noi stessi, alle persone che incontriamo e alla comunità in cui siamo inseriti.

Redazione di DTA

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Utilità dell’Orgoglio

Quando uno viene da te e ti chiede aiuto, devi agire come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo: tu … “.

Oggi ringraziamo Gianluigi Coltri photo, che ospitiamo spesso in questo blog. Proponiamo una sua recensione di luglio riguardante uno scritto di M. Buber, pubblicata nella sua newsletter personale.

Eccola di seguito.

E’ interessante “questa vecchia edizione della straordinaria raccolta messa insieme da Martin Buber (1878-1965), grande voce dell’ebraismo. … E’ la ripresa di un libro che periodicamente, in questi quarant’anni, mi ha accompagnato, con risonanze diverse a seconda dello trascorrere del tempo.
Ma il frammento che mi piace di più resta sempre quello che vi propongo oggi: come orgoglio e ateismo possono trovare presso Dio un significato. Tutto parte dalla concezione che Dio ha fatto bene tutte le cose, dunque anche quelli che a noi sembrano difetti, possono riscattarsi e cooperare per il riscatto. Detto in altre maniere: non c’è un dualismo vita/morte o peccato/grazia, ma è come se tutto venisse ricondotto ad un’unità e quest’unità è il bene.
Pensieri forti, ma anche ironici, divertenti, problematici, spiazzanti: Buber raccolse nel suo libro la saggezza e la sapienza dei vecchi rabbini, vissuti tra il XII ed il XVII secolo, nella grande area dell’Europa centrale. In contrasto a volte con il pensiero ebraico dominante, questi hassidim o chassidim mostrano, nelle loro storie e nelle loro sentenze, una straordinaria efficacia. Più della riflessione teologica o del formalismo religioso, nei loro detti la vita si confronta con la Bibbia, sempre con fervore ed entusiasmo“.
Eccoci al frammento citato:
“”Rabbi Moshe Loeb diceva: “ Non esiste qualità o forza nell’uomo che sia stata creata inutilmente. E anche tutte le qualità basse e malvagie possono essere sollevate al servizio di Dio. Così per esempio l’orgoglio: quando viene elevato si muta in nobile coraggio nelle vie di Dio. Ma che sarà stato creato l’ateismo? Anch’esso ha la sua elevazione nell’atto di pietà. Poiché quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora tu non puoi piamente raccomandargli “abbi fiducia e rivolgi la tua pena a Dio”, ma devi agire come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo: tu solo “”.

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Fonti

  • Martin Buber, “I racconti dei Chassidim”, Garzanti, 1979)
  • Gianluigi Coltri, Newslettr Gianluigi Coltri, “Libro” -uscita del 26/7/2018)

 


 

Insieme nell’Ascolto delle Persone 3-

Siamo in sinergia con un importante gruppo che opera a Schio.

Radici in Caritas Diocesana e collaborazione con UP Schio Est (Piane-SS.Trinità-S.Croce) rappresentano da almeno cinque anni un’importante iniziativa fortemente voluta da Caritas Vicentina nell’ambito di “lutto solitudine ed esperienza del limite“.

Si tratta di Insieme per continuare, gruppo di auto mutuo aiuto per persone che stanno vivendo un lutto.

Noi crediamo sia importante questo spazio perché il dolore possa essere condiviso.

Ci impegneremo nel promuovere questa opportunità che facciamo nostra.

E’ una forma di Ascolto speciale che riguarda eventi che in ogni caso toccano ognuno di noi.

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Redazione DimmiTiAscolto

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Accoglienza e Ascolto nei Vangeli

Caldo punto di riferimento

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Diamo avvio a questa torrida estate, al momento c’è un caldissimo sole di presto mattino, ritornando sugli atteggiamenti chiave che richiamano tutta la nostra progettualità di servizio nei nostri centri di ascolto.

Uno dei detti celebri che ci accompagna è sempre quello che ha caratterizzato i nostri inizi nel 2012: “Il primo servizio che si deve dare al prossimo è quello di ascoltarlo” (Dietrich Bonhoeffer).

Per chi di noi operatori dell’ascolto è credente il messaggio che ci viene continuamente proposto dalle Sacre Scritture è il medesimo, in estrema sintesi. Anzi ne esce rafforzato.

Oggi ci aiutano al riguardo due evangelisti Luca e Giovanni (Lc 10,38-42, Gv 11,27).

Ci riferiamo al noto incontro di Gesù con Marta e Maria, ospitato nella loro casa. Marta si affanna da subito per servirlo e offrirgli la tradizionale ospitalità. Maria invece lo accoglie con attenzione e ascolto, senza preoccuparsi in altre faccende. Creando un po’ di malumore in Marta, tutta presa dal fare.

Quante volte capita anche nel nostro attivismo di essere irritati per come vengono gestite le situazioni in cui siamo coinvolti. Quante volte anche noi, nella nostra attività volontaristica, mettiamo al primo posto il fare. Quante volte nell’incontro con persone che vivono un problema siamo portati ad arrivare subito alla conclusione, ricercando ipotetiche o potenziali soluzioni.

Ma  veniamo ai Vangeli.

“”Qual è la sola cosa necessaria? Quella che Maria sceglie, la parte buona: l’ascolto, l’atteggiamento del discepolo che si mette ai piedi del suo Signore.  L’atteggiamento primo per praticare un’accoglienza vera è prestare ascolto all’altro: chi viene a noi, amico o nemico, è portatore di un insegnamento. Sta a noi riconoscerlo!

Il rischio della via seguita da Marta è quello di sentirsi autorizzati a decidere la vita dell’altro, magari appellandosi al Signore, attribuendo un’autorevolezza spirituale alle nostre parole. La parola che ci giunge attraverso l’altro è a volte una parola scomoda, che ci corregge, come è accaduto a Marta“”.

Che cosa possiamo portarci a casa da questi suggerimenti?

“”… che l’essenziale dell’amore non sta nello spazio del “fare”, ma deve scaturire dal desiderio di accogliere in profondità l’altro …””.

Innanzitutto servono gli atteggiamenti sinceri di accoglienza e ascolto, poi, e solo successivamente, vengono anche il decidere e il fare, se ricompresi in un autentico e rispettoso aiuto.

Gianni Faccin

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Fonti e bibliografia:
  • Vangeli di Luca e Giovanni (cit.)
  • Accogliere: prestare ascolto e indicare, meditazione del 21 giugno 2018 – fr. Adalberto – Monastero di Bose

Lasciar andare non è …

Proponiamo oggi un contributo del creativo e web designer Sandro Flora, propostoci da Sabrina.15390756_1072332639559523_7904375499812929976_n

Sabrina Dalle Nogare, già tirocinante presso il nostro Punto d’Incontro San Giorgio, è counsellor filosofica. Qualche anno fa ha condotto alcuni incontri con il gruppo di volontari. Oggi partecipa attivamente alle attività del centro come counsellor  volontario. Ci propone questo bellissimo pezzo di Sandro Flora che è anche musicista.

Amare è lasciar andare la paura (di Sandro Flora)

Lasciar andare non significa smettere d’aver cura, ma comprendere che non si può agire al posto degli altri. Lasciar andare non è chiamarsi fuori, ma rendersi conto che non si possono controllare gli altri. Lasciar andare non è far sì che gli altri imparino dalle naturali conseguenze dei loro atti, ma permettere loro di farlo. Lasciar andare non è un’ammissione d’impotenza, ma comprensione che il risultato non dipende da noi. 

Lasciar andare non è biasimare gli altri o cercare di cambiarli, ma tirar fuori il meglio da se stessi. Lasciar andare non è giudicare, ma permettere agli altri di essere umani.

Lasciar andare non è mettersi in mezzo a dirigere tutto ma permettere agli altri di compiere i loro destini. Lasciar andare non è non essere protettivi, ma permettere agli altri di affrontare la realtà. Lasciar andare non è negare, ma accettare. Lasciar andare non è brontolare, rimproverare o discutere, ma vedere i propri difetti e correggerli. 

Lasciar andare non è conformare ogni cosa ai propri desideri, ma prendere ogni giorno come viene avendo cura di se stessi. Lasciar andare non è criticare o mettere a posto gli altri, ma cercar di diventare ciò che si aspira ad essere. Lasciar andare non è piangere sul passato, ma crescere e vivere per il futuro. 

Lasciar andare è aver meno paura e amare di più. 

«Amare è lasciar andare la paura».

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Non giudico …

Non giudico, ti  appoggio, ti aiuto se me lo chiedi
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“Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo,
non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico”.
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Attribuita a Jorge Luis Borges, questa lirica è servita all’attore Insinna per commemorare la morte del suo amico Fabrizio Frizzi. A Borges, il grande scrittore argentino, sarebbe piaciuta l’attribuzione, soprattutto perché gli avrebbe consentito d’inventarsi un critico che l’avrebbe smontata e poi un altro critico che invece l’avrebbe difesa.
Gianluigi Coltri
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E’ bellissima questa lirica, di chiunque sia la paternità. Come sempre Coltri sa cogliere l’essenza di testi e poesie e sa ben contestualizzarli.
A noi piace molto la proposta di questo testo perché ben evidenzia i valori del “non giudizio” e dell'”aiuto incondizionato”.
Certamente sono elementi chiave in tutte le relazioni, specialmente nel rapporto d’Amore, quale è la tanto utilizzata parola “Amicizia”.
DTA
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