Aiuto sensibile

Redazione DtA

Seconda ed ultima parte del bellissimo pezzo tratto dal sito specializzato “La mente è meravigliosa” (https://lamenteemeravigliosa.it/latto-migliore-cuore-aiutare-gli-altri/) che riportiamo per intero, essendo riflesso della nostra visione generale.


Essere sensibile non vuol dire essere debole, ed aiutare gli altri a rialzarsi non vuol dire lasciarsi prendere in giro; assolutamente. Chi costruisce la propria vita con il cuore ha ben chiari i seguenti tre aspetti.

Il primo è “ti aiuto perché mi aiuto” (ndr).

Chi dà la propria mano a chi ne ha bisogno, in realtà, non lo fa in cambio di nulla. Lo fa perché fa parte del suo essere, perché sente di doverlo fare e non si aspetta una ricompensa materiale, né desidera favori o grandi elogi.

La maggiore ricompensa è sentirsi utile e dare forma a quel sentimento interno che lo definisce. Se voltassimo la testa e fingessimo di non vedere le necessità altrui, questo ci causerebbe una certa dissonanza interna; vorrebbe dire andare contro i nostri valori.

Il secondo è che “aiutare è saggio e che farlo ci arricchisce” (ndr).

Si possono avere molti titoli universitari, parlare cinque lingue, possedere molte automobili e tenere tra le mani il cellulare più sofisticato.

Tuttavia, tutti questi artefici non serviranno a molto se chi li possiede non si rende conto che sua madre, per esempio, ha bisogno d’aiuto perché è affetta da demenza, che il suo partner si sente solo nonostante la sua compagnia… Il mondo stride al suo fianco mentre lui o lei è “incollato o attaccata” a un’infinità di oggetti materiali.

Offrire aiuto ci arricchisce, perché ci permette di riconoscere i nostri simili. Offrire aiuto ci arricchisce, perché ci insegna il linguaggio delle emozioni più primordiali. Offrire aiuto ci arricchisce perché ci rende persone coraggiose, che donano felicità e nuove opportunità.

Il terzo riguarda l’importanza della bontà (ndr).

La bontà che nasce nel cuore è l’unico investimento che non fallisce.

In molti pensano il contrario, che essere buono stanca, che fare del bene a volte causa delusioni. Tuttavia, bisogna avere chiaro che le brave persone devono capire che ci sono dei limiti e che anche loro hanno il diritto di dire basta se ne hanno bisogno. 

La bontà, infatti, si offre con libertà ed intelligenza. Sappiamo che le azioni che partono dal cuore sono grandi investimenti. Ci aiutano ad avanzare privi di rancori e pieni di libertà, emozioni e benessere.

Con se stessi – Pixabay

Utilità di aiutare gli altri

Redazione DtA

Bellissimo pezzo tratto dal sito specializzato “La mente è meravigliosa” (https://lamenteemeravigliosa.it/latto-migliore-cuore-aiutare-gli-altri/) che riportiamo per intero, essendo riflesso della nostra visione generale.


Aiutare alleggerisce e ricompensa. Nonostante si dica spesso che essere buoni non sempre è positivo, solo le persone nobili ed autentiche capiscono che non potrebbero agire in altro modo.

Aiutare gli altri a rialzarsi non è facile. A volte richiede che la persona si renda conto che ha bisogno di essere aiutata e che afferrare una mano amica non è sinonimo di debolezza, ma di forza. In secondo luogo, aiutare implica investire sforzi, tempo ed emozioni. Tuttavia, non sono carichi molto pesanti.La vita stessa dovrebbe essere sempre un naturale incontro tra l’amore ed il rispetto, dove l’empatia universale sia la forza implicita nel nostro cuore che ci permetta di fare della bontà la nostra massima espressione.

Sappiamo che non è facile e a volte ci riempiamo di frasi grandiloquenti che a tutti piace condividere suo social network, ma che, alla fine, alcuni dimenticano. Questo succede perché molti non riescono nemmeno a vedere le necessità più prossime.

A volte è la nostra stessa famiglia o i nostri amici che hanno bisogno di questo sostegno per rialzarsi. Chi è depresso ha bisogno di comprensione, sostegno e vicinanza.

Forse uno dei nostri figli adolescenti sta affrontando un duro periodo, è vittima di bullismo a scuola oppure sta vivendo la sua prima delusione sentimentale. Situazioni che non percepiamo perché non abbiamo tempo, perché rivolgiamo i nostri sguardi ad altri orizzonti.

Il cuore ha bisogno di occhi per vedere e di libertà interiore per sentire. 

Dobbiamo svestirci delle superficialità per accogliere l’essenziale, affinché la bontà innata nell’essere umano ci permetta di aiutare chi ne ha bisogno.

Perché ciò avvenga occorre che impariamo ad ascoltare dal cuore (ndr).

Forse il vostro miglior amico vi parla con il viso dipinto di sorrisi, e le sue parole, in un primo momento, vi sembrano allegre. Tuttavia, vi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire che il suo volto sta per riempirsi di lacrime. Il cuore che sa ascoltare è saggio ed è privo di egoismo, estraneo all’universo chiuso ed entropico che alimenta solo le necessità personali. La bontà sa intuire e sa leggere tra le righe.

Intuire le emozioni altrui è un dono presente nel nostro cervello sociale tramite i neuroni specchio e l’empatia. Veniamo tutti al mondo con la capacità di riconoscere emozioni fondamentali come la tristezza, la rabbia, l’amore o la paura.

Ad ogni modo, a volte, a causa delle influenze sociali, educative o personali, c’è chi concentra tutte le sue intuizioni verso se stesso; su “io provo”, “io ho bisogno” e “io voglio”. Mediante questi tre assi inizia a strutturare la propria vita.

Per vivere con il cuore, non è necessario essere ingenuo come molti credono. Essere sensibile non vuol dire essere debole, ed aiutare gli altri a rialzarsi non vuol dire lasciarsi prendere in giro, assolutamente. Chi costruisce la propria vita con il cuore ha ben chiari i seguenti aspetti:

– ti aiuto perché mi aiuto;

– aiutare è saggio e mi arricchisce;

– la bontà è un investimento che non fallisce.

[il pezzo prosegue nell’uscita successiva del blog]

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Ragazza sola – Pixabay

Focus sull’incontro umano

Redazione DtA


Proseguiamo, come già scritto nella precedente uscita, con un altro contributo della dr.ssa Marcella Danon, scrittrice, accademica e psicologa italiana.

Nel counseling la priorità è l’incontrarsi


Al di là della metodologia e delle tecniche usate dai diversi approcci nel counseling, questa priorità dell’incontro umano accomuna tutte le scuole, è l’essenza stessa della relazione di counseling. E’ qualcosa che non si impara sui libri, ma che è la vita stessa a insegnare, è un atteggiamento interiore di profondo rispetto e accettazione di sé e dell’altro, che può solo nascere da un lavoro di crescita personale, da un aver sviluppato in prima persona quello che A. Van Kaam definisce “impegno esistenziale”: la consapevolezza della propria fondamentale libertà di fronte alle sollecitazioni della vita, della potenziale creatività di dare direzione e qualità alle relazioni e della responsabilità conseguente nei confronti della propria esistenza.

La formazione al counseling, ai futuri professionisti in questa nuova professione destinata a diffondersi sempre di più, passa necessariamente per un percorso di scoperta, riconoscimento e consolidamento delle qualità umane presenti in ogni persona che abbia affrontato in prima persona un percorso di conoscenza, accettazione e integrazione personale. Un percorso che sviluppa, a sua volta, la sicurezza interiore necessaria per accompagnare un altro essere umano alla ricerca di sé, con la stessa tranquilla fiducia con cui una guida di montagna accompagna un escursionista sul suo percorso: fornendo stimoli ma sapendo attendere che l’altro sia pronto a coglierli, incoraggiando senza forzare, mettendo in guardia senza invadere, guidando, passo per passo, verso una crescente autonomia e una maggior fiducia in se stessi.

Il counseling è basato su una profonda fiducia nell’essere umano, nella sue capacità di autodeterminazione e nei suoi valori più alti potenzialmente presenti in ognuno. E’ questa fiducia che deve impregnare l’atteggiamento di ogni counselor, deve essere il messaggio subliminale che viene passato nella relazione per sostenere la persona nella sua ricerca di sé, con la tranquilla certezza che non spetterà mai al counselor dirle dovere deve andare e cosa deve fare.

Chi conduce l’incontro dovrà “soltanto” essere lì per l’altro, esserci davvero, con tutto se stesso con tutta l’attenzione, l’empatia, la partecipazione di cui è capace chi ha già fatto quella strada in prima persona e decide di intraprendere la professione del “facilitatore” del processo di crescita, della guida di montagna verso tra vette e abissi dell’animo umano, di catalizzatore di un ampliamento di punti di vista e di orizzonti.

Questa presenza, questa capacità di mettere a disposizione la propria umanità, questa autentica premura dimostrata nei confronti del proprio interlocutore, prima ancora di qualsiasi tecnica o strategia pianificata a tavolino, sono gli elementi fondanti, peculiari e vincenti di questa nuova professione di aiuto, del counseling.


Escursione a due sulle alture del Vietnam – Pixabay

Counseling … Incontrarsi!

Redazione DtA

Questo pezzo e il prossimo – con cui inauguriamo settembre -fanno riferimento a quanto scritto dalla dr.ssa Marcella Danon, scrittrice, accademica e psicologa italiana. Si tratta di riflessioni e argomentazioni che focalizzano il tema dell'”incontro“. E siamo in tempi in cui l’incontro tra persone viene, per i noti motivi, complicato e discusso in continuazione.


Counseling: il potere dell’incontro umano.

Si sta diffondendo sempre di più in Italia il counseling, una professione che insegna a valorizzare e potenziare le proprie capacità di ascolto ed empatia per metterle al servizio della crescita personale altrui, in tanti ambiti diversi.

E’ un atteggiamento professionale peculiare quello con cui il counselor si rivolge al cliente, a metà strada tra il rituale distacco del medico e il caldo coinvolgimento dell’amico del cuore, tra l’aritmetica competenza del commercialista e quella carismatica di un maestro. Carl Rogers stesso, in “Psicoterapia di consultazione”, definisce il counseling come “un legame sociale diverso da tutti quelli che l’individuo può aver sperimentato fino a quel momento”. Che cosa caratterizza questa relazione, la cui specificità ha portato alla decisione di non italianizzare il nome della professione ma di mantenerne la dizione originaria – counseling – dal significato così insostituibile?

Proprio il fatto che, prima ancora di essere un rapporto professionale, il counseling è un rapporto umano.

E’ un momento privilegiato di interazione in cui il counselor crea le condizioni per una comunicazione autentica, in cui il cliente si senta accolto, ascoltato, accettato, compreso. In un tipo di società dallo stile di vita sempre più frenetico, anonimo e automatizzato nelle relazioni interpersonali, diventa sempre più difficile per le persone crearsi situazioni in cui potersi aprire con un interlocutore senza doverne temere il giudizio, la considerazione superficiale, il disinteresse o addirittura il rifiuto.

Il counseling risponde a questa profonda necessità di incontro autentico e di condivisione di riflessioni inascoltate che spesso, una volta accolte da un orecchio attento, da sole si incanalano verso una possibile risoluzione adatta alla persona. Anche in questo il counseling si distingue da altre relazioni professionali, nel suo accompagnare dolcemente l’interlocutore verso l’esplorazione della sua situazione sostenuto dal sottinteso che sarà lui stesso a poter trovare la soluzione di volta in volta necessaria, che è lui – il cliente – l'”esperto”, l’unico possibile esperto nell’arte di comprendere e dirigere la sua stessa vita.


Incontro – Pixabay

Counseling … quando?

Redazione DtA

Dal sito di AssoCounseling (https://www.assocounseling.it/)

Quando è utile un intervento di counseling?

Il counseling non è una forma di terapia (medica o psicologica) o di sostegno psicologico.

Il counseling è un percorso di crescita, di responsabilizzazione, di maturazione durante il quale siamo seguiti da un professionista, il counselor, che ci accompagna alla scoperta di un futuro diverso.

Il counselor non dà consigli, non offre soluzioni e non indica scorciatoie.

Il counselor ci accompagna verso mete e obiettivi che noi stessi abbiamo stabilito, e aiuta a far sì che ognuno di noi possa dare il meglio di se stesso: nella vita privata, nella scuola, nel lavoro, nei rapporti di coppia e familiari.

Ognuno di noi possiede delle potenzialità e delle risorse: il counselor ci aiuta ad esprimerle.

Capita a tutti nella vita di attraversare dei momenti difficili. Questi momenti sono caratterizzati, per lo più, da una così detta “fase di transizione” ovvero da un cambiamento (personale, scolastico, professionale, amicale, etc.).

Durante la nostra vita accadono delle cose che, pur essendo del tutto normali (nasce un figlio, cambia il lavoro, si chiude un ciclo scolastico, etc.), spesso ci lasciano in una situazione di empasse rispetto alla quale non sappiamo bene come muoverci.

Il counseling è utile quando…

. dobbiamo prendere una decisione difficile che riguarda la nostra vita personale o professionale;
. dobbiamo raggiungere un obiettivo che ci siamo posti, ma incontriamo delle difficoltà;
.ci troviamo di fronte ad una scelta lavorativa;
.vogliamo riorganizzare le nostre relazioni familiari, magari in seguito ad una separazione o ad un divorzio;
.i figli diventano grandi e lasciano la loro famiglia d’origine;
.quei figli siamo noi e non sappiamo più come rapportarci alla nostra famiglia d’origine;
.si costruisce o si ri-costruisce un nuovo nucleo familiare;
.incontriamo dei problemi nella vita di coppia;
.incontriamo difficoltà nella carriera scolastica (ad esempio siamo bloccati nella scelta dell’università o nel sostenere un esame);
.ci troviamo in delle situazioni dove, da soli, sentiamo di non farcela.


Angoscia – Foto Pixabay

Ripartiamo … con il Counseling

Redazione DtA – ph. Gianni Faccin

I nostri servizi hanno puntato molto, di recente, sul cosiddetto counselling, attività che entra a pieno titolo nell’area delle relazioni d’aiuto.

Proprio per questo nelle prossime settimane cercheremo di delineare questa modalità d’aiuto, che rappresenta anche una nuova professionalità in Italia, con alcuni pezzi che affronteranno il cuore del counselling, nella speranza di farla conoscere e di diffonderne la validità.

Ma iniziamo oggi con questo pezzo che ripercorre la figura del counsellor o counselor.

Il presente pezzo è stato curato dalla dr.ssa Daniela Grazioli, psicoterapeuta a Milano.

Relazione d’amicizia (Pixabay)

Perché ricorrere a un counselor e non a un caro amico o a qualcuno di saggio ed esperto, quando abbiamo bisogno d’aiuto e ci sentiamo spersi e confusi, perché ci troviamo in una situazione che sembra senza via d’uscita o in una condizione di dolore per qualcosa che ci è accaduto?

Che cosa può dirci di più o di diverso da un amico che ci conosce, un counselor?

Senz’altro niente di più, anzi forse di meno, tuttavia “l’aiuto” elargito in una relazione di counseling è decisamente diverso e più efficace di quello che possiamo ricevere da un amico o chiunque altro.

E questo non perché il nostro amico o chi per lui sia meno bravo, ma perché nell’intervento
di counseling l’obiettivo di accompagnare e sostenere la persona nella soluzione del suo problema esistenziale passa attraverso la riconquista della sua autonomia di scelta e decisione, il riconoscimento delle sue risorse e altro ancora, insomma tutto quello che ci permette sentirci attori e non spettatori della nostra vita.

Ma come? -direte voi- un amico ci conosce, e quindi può comprenderci e di conseguenza aiutarci a sbrogliare la matassa nella quale si è ingarbugliata la nostra vita, meglio di qualcuno che, per quanto competente, non ci ha mai visto.

Ecco quest’ultima affermazione, a prima vista così logica e vera, non è affatto vera.

Il luogo della differenza tra le varie relazioni d’aiuto e la relazione di counseling è nella struttura del colloquio di counseling, un colloquio che per definizione ha lo scopo di potenziare al massimo gli effetti e i cambiamenti positivi che sono naturalmente insiti in ogni relazione umana d’aiuto, e il counselor, che insieme al cliente è uno dei protagonisti
di tale colloquio, deve conoscerne ed apprenderne ogni segreto.

Il counselor perciò non ci darà l’aiuto che ci può dare un caro amico, né il consiglio competente che ci può dare un esperto circa una problematica inerente al suo settore, infatti non possiede né la conoscenza che il primo ha di noi, né la competenza che il secondo ha in un determinato settore, ma la sua preparazione e competenza riguardano specificatamente la conduzione del colloquio d’aiuto, e sarà attraverso questo tipo di colloquio, centrato sul cliente e non direttivo, che saremo aiutati ad aiutarci, perché nel counseling ogni scelta e decisione è sempre opera consapevole e responsabile del cliente, che in definitiva è quanto che ci fa sentire padroni della nostra vita.


Counselor … chi?

Ora, che il “colloquio” non sia una semplice conversazione, ma che abbia una struttura diversa e modalità e regole specifiche a seconda degli scopi e delle situazioni in cui è usato, è ormai cosa risaputa: tutti infatti sappiamo che c’è il colloquio d’assunzione, il colloquio della ricerca motivazionale, il colloquio clinico, il colloquio della psicoterapia, etc., ed ognuno di questi ha una propria forma, proprie regole e procedure da rispettare e obiettivi da raggiungere.

Conversazione – Pixabay

Nel counseling il colloquio faccia a faccia è lo strumento principe e le condizioni che lo rendono efficace sono create soprattutto dalle disposizioni e dagli atteggiamenti del conselor, che assumono perciò una grande importanza.

E’ merito di C. Rogers avere spostato l’attenzione dalle abilità tecniche all’importanza delle qualità umane, sulle quali poi si innescheranno le abilità tecniche. La competenza del counselor nell’aiuto consiste in pratica, nel fare meglio, cioè in modo controllato, consapevole, razionale ed intenzionale, quello che in molte occasioni anche noi facciamo spontaneamente, sembra poco, ma è moltissimo, anzi è ciò che fa la differenza.

Nel counseling perciò doti umane e capacità tecniche per gran parte coincidono, in sostanza la tecnica consiste nel padroneggiare e orientare razionalmente i propri atteggiamenti di ascolto, osservazione, comprensione, empatia, disponibilità, sensibilità, genuinità, che altro non sono che qualità umane.

Queste qualità, è bene ricordarlo, non sono date una volta per tutte, ma devono essere coltivate e sottoposte ad un costante affinamento tramite l’esperienza.

Vediamo adesso più da vicino, attraverso una rapida descrizione delle qualità-abilità e degli atteggiamenti che il counselor deve attivare e di quelli che invece deve evitare nel corso del colloquio, quali sono le dinamiche che si sviluppano e perché scambi ed interazioni condotti in questo modo producano nella persona in difficoltà i cambiamenti desiderati.

Empatia, comprensione, autenticità, riformulazione sono quattro parole chiave del colloquio di counseling, sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda: infatti tutti, chi più, chi meno, in determinate circostanze siamo empatici, comprensivi e autentici, tuttavia riuscire a mantenere costanti e controllati tali atteggiamenti senza sconfinare o introdurvi elementi inquinanti che vanificano gli effetti del colloquio, è estremamente difficile.

L’empatia comporta l’uscire da se stessi, l’eterocentrarsi, l’immergersi nell’universo dell’altro senza esserne emotivamente sopraffatti, ma restando lucidi, e perciò obiettivi.

E’ solo tramite un’empatia attenta e continua che il counselor può entrare nel mondo personale del cliente, e comprendere le cose così come appaiono a lui nella sua vita, è in rapporto a tale vissuto infatti che il suo problema si pone.

Empatia e comprensione presuppongono il saper osservare e il saper ascoltare, non basta un atteggiamento di disponibilità integrale, il conselor deve imparare come si osserva e come si ascolta. Una buona osservazione comporta lo sforzo continuo di cogliere la situazione così come viene vissuta dal cliente, si deve osservare ciò che viene detto e ciò che non viene detto, ma è espresso attraverso il tono di voce, la postura, i silenzi, la mimica etc., che sono un’emanazione diretta dei suoi stati affettivi.

Altrettanto difficile è l’ascolto comprensivo, infatti generalmente noi non ascoltiamo, ma sentiamo parole che continuamente interpretiamo soggettivamente, e deformiamo con le nostre griglie di valutazione.

Osservare ed ascoltare per comprendere comportano la neutralizzazione da parte del counselor di tutti i condizionamenti provenienti dalla sua persona, in modo di poter cogliere i significati così come vengono provati dal cliente e in relazione al suo vissuto.

L’autenticità, che non ha niente a che fare con la spontaneità, riguarda lo sforzo di comprendere che deve essere autentico e sincero, altrimenti il colloquio si riduce ad una formula artificiale e il cliente si accorge subito di non essere stato ascoltato.

Una disposizione autenticamente empatica e rivolta ad un ascolto comprensivo secondo i criteri esposti sopra, produce un immediato effetto positvo anche se inconsapevole, sul morale del cliente che, essendo sempre particolarmente sensibile alla qualità della “presenza” dell’operatore, si sente facilitato da tale atteggiamento nell’esprimere ed esporre il suo problema.

Un altro pilastro del colloquio di counseling è la riformulazione che viene applicata a diversi livelli, dalla semplice ripetizione con parole diverse e in modo più conciso di quanto il cliente ha detto, alla riformulazione-chiarificazione che consiste nel mettere in luce e nel restituire al cliente il “senso” di ciò che ha detto, spesso in modo confuso e disorganico, facendo bene attenzione però a non sconfinare in interpretazioni personali.

Gli effetti della riformulazione sono molto importanti. Il cliente, infatti, è solo di fronte al suo problema, ed inoltre essendo completamente coinvolto e immerso nella sua situazione, non gli è possibile prenderne le distanze ed essere obiettivo, in altre parole, sa di conoscere la sua situazione meglio di chiunque altro, ma ne è prigioniero.

Ciò fa sì che, invece di essere libero di riflettere razionalmente, sia spinto a una sorta di “ruminazione” mentale che ripercorre ossessivamente gli stessi pensieri parziali. La riformulazione da parte del counselor ha il potere di rompere il senso d’isolamento e solitudine nel quale la persona si sente avvolta e di sospendere la “ruminazione”, lasciando via libera alla riflessione razionale.

La riformulazione infatti, nella sua forma più semplice è come uno specchio che rimanda al cliente la sua immagine, cosa che gli consente di incominciare a vedersi con un po’ di distacco, e nella sua forma più complessa, quando cioè riesce a cogliere il vero vissuto del cliente, lo fa sentire veramente compreso e già aiutato, e lo spinge a proseguire con fiducia.

Chiaramente la funzione del counselor è molto più complessa e sfaccettata di quanto ho potuto descrivere in questo spazio, spero tuttavia di aver reso chiaro come il colloquio di counseling serva a ripristinare la capacità di autoregolazione e di autodeterminazione, naturalmente insite in ogni uomo, potenzialità che vengono meno ogni volta che ci troviamo ad essere prigionieri di situazioni emotivamente troppo stressanti.

Colloquiare nella natura – Pixabay

COndiVIDendo nell’Ascolto …

Gruppo Volontari di “progetto DtA” (*)

Agli inizi di giugno, finito il periodo di “confinamento”, il nostro gruppo si è incontrato nel pieno rispetto delle direttive anti Covid-19.

Finalmente!

Desideravamo moltissimo farlo secondo le nostre consuetudini. Noi che pratichiamo l’ascolto sappiamo che esserci in presenza è tutta un’altra cosa. Nessuna tecnologia potrà mai sostituire l’impatto fisico ed emotivo che si crea quando si è in presenza.

Nell’incontro abbiamo condiviso la nostra personale esperienza durante il “confinamento”.

Difficoltà, pesi e limiti. Ma anche importanti consapevolezze e opportunità.

Infine, abbiamo puntualizzato quattordici “regole” definite “importanze”.

Le lanciamo su questo blog in modo che tutti coloro che lo desiderano possano rifletterci e confrontarsi con la propria esperienza.

Da questo periodo di restrizioni abbiamo capito l’importanza:

  1. dell’esperienza personale per comprendere gli altri;
  2. del tempo per se stessi;
  3. di capire perché sentiamo certi fastidi;
  4. di riscoprire lo stupore, per esempio della bellezza;
  5. del silenzio;
  6. dell’Altro come specchio di noi stessi;
  7. della narrazione di sé, facendolo si possono fare ordine e chiarezza nel proprio orizzonte di vita;
  8. di non stancarsi di cercare la serenità dentro noi stessi;
  9. si essere centrati e stare bene con se stessi per non giudicare gli altri e quindi poterli aiutarli veramente;
  10. di dare spazio a se stessi e lavorare dentro se stessi, rallentando, valorizzando la calma e il silenzio;
  11. di riconoscere quanto possiamo essere fortunati rispetto a chi si trova invece nel disagio, senza restare indifferenti;
  12. di ridare il senso alle cose, scegliendo quello che si vuol essere o fare e non facendosi condizionare da sensi di dovere o di colpa;
  13. di ritrovare il gusto delle cose che contano – per esempio la famiglia, gli amici –  e anche delle piccole e semplici cose;
  14. di non soccombere di fronte alle inevitabili crisi o situazioni di emergenza che possono essere presenti o interessarci direttamente.

(*) Gruppo Volontari “progetto DtA”/ Partecipanti all’intervisione del 10/6/2020: Angela – Annamaria – Anna Maria – Beatrice B. – Clitta – Daniela – Federica -Francesca – Francesca Lucia -Gianni – Ivonne – Maria – Rosanna – Rosy -Serena


Foto Paolo Cacciavillan – Albeggiando sopra Schio (entrambe le foto)

Dare spazio a silenzio e ascolto

di Gianni Faccin

In questi tempi e in questa estate di augurabile pausa dalle consuete attività, ci potrebbe essere occasione di trovare speciali spazi di silenzio e ascolto.

In un mondo dove tutti vogliono esprimere opinioni e giudizi, l’abilità di ascoltare, ovvero di stare in silenzio, è forse quella più difficile da mettere in pratica.

Interessanti gli spunti che ci vengono dagli antichi testi di Plutarco, dai testi di Ivan Illich e dai contributi proposti nella pagina Facebook dalla rubrica di “Counseling nella Relazione d’Aiuto”.

Il silenzio maturo ascolta e riconosce, rispettando chi parla. Un radicale cambiamento in tal senso darà finalmente inizio a un rinnovato rapporto col mondo e con gli altri, ma soprattutto con noi stessi.

La nostra cultura è quella più satura di suoni e rumori nel tempo e nello spazio. Qualcuno sostiene che il silenzio dovrebbe essere considerato un diritto comune, un “uso civico” che serve alla meditazione, al pensiero, all’apprendimento, per tacitare le passioni, la sofferenza che viene dall’ignoranza. In epoche lontane esistevano dei santuari silenziosi, immersi nella natura, dove chiunque poteva isolarsi per eliminare ogni tensione psichica. Del resto, come ha bisogno del riposo e del sonno per rigenerare le proprie energie vitali, l’uomo ha anche la necessità di momenti di solitudine per ritrovare uno stato di quiete interiore fatto di silenzio limpido e compatto.

C’è chi rincorre spazi fisici di silenziosa tranquillità per ricostruire il proprio metabolismo spirituale, e chi invece non bada alla ressa e addirittura soffre nel trovare troppa quiete negli ambienti naturali, sollecitato com’è dalla macchina consumistica e dall’irrequietezza che è propria del nostro tempo. Siamo divoratori di spazio, abbiamo acquisito una mobilità ignota alle antiche generazioni, ci si muove dietro alle tendenze dettate dalla pubblicità, siamo condannati da tutte queste realtà oggettive, da un cambiamento culturale che allontana sempre più dal silenzio da cui si fugge per paura, come per la paura del vuoto.

Lontano dagli strepiti dell’artificiale e del superfluo, c’è un’etica del silenzio che non sta nel non parlare, ma nel saper tacere quando è tempo di tacere, e nel saper parlare quand’è il suo tempo. Una virtù, questa, che però deve godere della libertà di parlare o di tacere, e sceglierne il tempo.

Uno scrittore americano ricorda il consiglio di un indiano Sioux: quando devi rispondere a una domanda importante, prima di parlare aspetta cinque minuti. Se rispondi subito le parole vengono dalla mente, se rispondi dopo aver aspettato vengono dal cuore.


Foto Pixabay: silenzio in riva al lago

Vacanze per …

di Beatrice Bertoli

Vacanze per mettersi alla prova, perché noi non siamo il nostro lavoro, noi facciamo il nostro lavoro.

Vacanze per pensare, perché se ci assalgono i soliti pensieri con un colpo di creatività possiamo eliminarli.

E allora ci mettiamo a disegnare e a scrivere, a dipingere e a ballare da soli in casa …

Perché questa è la vita.  Uno spazio nostro.

La vita siamo noi, che nelle varie situazioni creiamo la differenza.

Non ci arrendiamo perché confidiamo nelle nostre risorse, quelle nascoste in fondo alla terra, la terra che ci tocca scavare dopo aver raggiunto il fondo e ancora non siamo contenti.

E allora scava, scava … Per riuscire ad esserci.

A esserci in un mondo che ti vuole omologato, ma tu non sei d’ accordo e non ti arrendi …

Almeno ci provi, nel tuo periodo di … Vacanze.


Footo Pixabay: colori, disegni, pitture

Ecco Agosto …

di Redazione DtA

E venne Agosto, mese di vacanze.

Il 2020 si è subito presentato come un anno molto particolare, con cambiamenti nelle usuali abitudini personali e collettive, in seguito alle necessarie ed imposte restrizioni legate alla nota pandemia. Purtroppo non è finita qui, anzi.

Di certo i nostri stili di vita hanno rilevato forti scosse con inevitabili crolli e demolizioni di quanto ritenevamo acquisito.

La pandemia ha disseminato una moltitudine di criticità, spesso in reciproco e aperto contrasto tra loro, con successive e rilevanti conseguenze dalla difficile risoluzione.

Potremmo discutere a lungo se “mascherine sì o mascherine no”. Ma il tema vero è un’altro.

In fatti, oggi, c’è da scegliere tra mettersi in stand by, attendere gli sviluppi futuri, vedere che accade, come moltissimi stanno facendo o ci inducono a fare; oppure prendere in mano la propria situazione e fare qualcosa per sé e per gli altri.

Noi, consapevoli dei rischi e dei possibili rimedi, siamo per la seconda prospettiva.

E siamo anche ben coscienti che le vacanze 2020 saranno per tutti inconsuete.

Molti avranno la fortuna di potersi fermare per una pausa positiva di ricarica fisica, mentale e spirituale. Moltissimi, e sono nei nostri pensieri, lo vorrebbero, ma per motivi diversi non lo potranno fare, perché, semplicemente, non possono permetterselo.

Bene, noi saremo anche in Agosto presenti sia con i nostri spazi organizzati dei centri di ascolto, sia online che in presenza, sia con questo nostro blog, che grazie all’apporto dei social e del passaparola si sta diffondendo bene.

Per contattarci e prendere appuntamento rimane attivo il n. 333 4012669.

Circa il blog, che di solito sospendeva le sue uscite nella fase estiva, esso prevede diverse pubblicazioni in questo mese con riferimento ai temi emergenti quali il valore della “vacanza”, il valore dell’”ascolto”, il valore “counselling” quale relazione d’aiuto.

Iniziamo già in settimana con un contributo di Beatrice, a seguire Gianni e poi diversi contributi della Redazione DtA.


Foto Pixabay: Estate Beach