Aiuto sensibile

Redazione DtA

Seconda ed ultima parte del bellissimo pezzo tratto dal sito specializzato “La mente è meravigliosa” (https://lamenteemeravigliosa.it/latto-migliore-cuore-aiutare-gli-altri/) che riportiamo per intero, essendo riflesso della nostra visione generale.


Essere sensibile non vuol dire essere debole, ed aiutare gli altri a rialzarsi non vuol dire lasciarsi prendere in giro; assolutamente. Chi costruisce la propria vita con il cuore ha ben chiari i seguenti tre aspetti.

Il primo è “ti aiuto perché mi aiuto” (ndr).

Chi dà la propria mano a chi ne ha bisogno, in realtà, non lo fa in cambio di nulla. Lo fa perché fa parte del suo essere, perché sente di doverlo fare e non si aspetta una ricompensa materiale, né desidera favori o grandi elogi.

La maggiore ricompensa è sentirsi utile e dare forma a quel sentimento interno che lo definisce. Se voltassimo la testa e fingessimo di non vedere le necessità altrui, questo ci causerebbe una certa dissonanza interna; vorrebbe dire andare contro i nostri valori.

Il secondo è che “aiutare è saggio e che farlo ci arricchisce” (ndr).

Si possono avere molti titoli universitari, parlare cinque lingue, possedere molte automobili e tenere tra le mani il cellulare più sofisticato.

Tuttavia, tutti questi artefici non serviranno a molto se chi li possiede non si rende conto che sua madre, per esempio, ha bisogno d’aiuto perché è affetta da demenza, che il suo partner si sente solo nonostante la sua compagnia… Il mondo stride al suo fianco mentre lui o lei è “incollato o attaccata” a un’infinità di oggetti materiali.

Offrire aiuto ci arricchisce, perché ci permette di riconoscere i nostri simili. Offrire aiuto ci arricchisce, perché ci insegna il linguaggio delle emozioni più primordiali. Offrire aiuto ci arricchisce perché ci rende persone coraggiose, che donano felicità e nuove opportunità.

Il terzo riguarda l’importanza della bontà (ndr).

La bontà che nasce nel cuore è l’unico investimento che non fallisce.

In molti pensano il contrario, che essere buono stanca, che fare del bene a volte causa delusioni. Tuttavia, bisogna avere chiaro che le brave persone devono capire che ci sono dei limiti e che anche loro hanno il diritto di dire basta se ne hanno bisogno. 

La bontà, infatti, si offre con libertà ed intelligenza. Sappiamo che le azioni che partono dal cuore sono grandi investimenti. Ci aiutano ad avanzare privi di rancori e pieni di libertà, emozioni e benessere.

Con se stessi – Pixabay

Utilità di aiutare gli altri

Redazione DtA

Bellissimo pezzo tratto dal sito specializzato “La mente è meravigliosa” (https://lamenteemeravigliosa.it/latto-migliore-cuore-aiutare-gli-altri/) che riportiamo per intero, essendo riflesso della nostra visione generale.


Aiutare alleggerisce e ricompensa. Nonostante si dica spesso che essere buoni non sempre è positivo, solo le persone nobili ed autentiche capiscono che non potrebbero agire in altro modo.

Aiutare gli altri a rialzarsi non è facile. A volte richiede che la persona si renda conto che ha bisogno di essere aiutata e che afferrare una mano amica non è sinonimo di debolezza, ma di forza. In secondo luogo, aiutare implica investire sforzi, tempo ed emozioni. Tuttavia, non sono carichi molto pesanti.La vita stessa dovrebbe essere sempre un naturale incontro tra l’amore ed il rispetto, dove l’empatia universale sia la forza implicita nel nostro cuore che ci permetta di fare della bontà la nostra massima espressione.

Sappiamo che non è facile e a volte ci riempiamo di frasi grandiloquenti che a tutti piace condividere suo social network, ma che, alla fine, alcuni dimenticano. Questo succede perché molti non riescono nemmeno a vedere le necessità più prossime.

A volte è la nostra stessa famiglia o i nostri amici che hanno bisogno di questo sostegno per rialzarsi. Chi è depresso ha bisogno di comprensione, sostegno e vicinanza.

Forse uno dei nostri figli adolescenti sta affrontando un duro periodo, è vittima di bullismo a scuola oppure sta vivendo la sua prima delusione sentimentale. Situazioni che non percepiamo perché non abbiamo tempo, perché rivolgiamo i nostri sguardi ad altri orizzonti.

Il cuore ha bisogno di occhi per vedere e di libertà interiore per sentire. 

Dobbiamo svestirci delle superficialità per accogliere l’essenziale, affinché la bontà innata nell’essere umano ci permetta di aiutare chi ne ha bisogno.

Perché ciò avvenga occorre che impariamo ad ascoltare dal cuore (ndr).

Forse il vostro miglior amico vi parla con il viso dipinto di sorrisi, e le sue parole, in un primo momento, vi sembrano allegre. Tuttavia, vi è sufficiente guardarlo negli occhi per capire che il suo volto sta per riempirsi di lacrime. Il cuore che sa ascoltare è saggio ed è privo di egoismo, estraneo all’universo chiuso ed entropico che alimenta solo le necessità personali. La bontà sa intuire e sa leggere tra le righe.

Intuire le emozioni altrui è un dono presente nel nostro cervello sociale tramite i neuroni specchio e l’empatia. Veniamo tutti al mondo con la capacità di riconoscere emozioni fondamentali come la tristezza, la rabbia, l’amore o la paura.

Ad ogni modo, a volte, a causa delle influenze sociali, educative o personali, c’è chi concentra tutte le sue intuizioni verso se stesso; su “io provo”, “io ho bisogno” e “io voglio”. Mediante questi tre assi inizia a strutturare la propria vita.

Per vivere con il cuore, non è necessario essere ingenuo come molti credono. Essere sensibile non vuol dire essere debole, ed aiutare gli altri a rialzarsi non vuol dire lasciarsi prendere in giro, assolutamente. Chi costruisce la propria vita con il cuore ha ben chiari i seguenti aspetti:

– ti aiuto perché mi aiuto;

– aiutare è saggio e mi arricchisce;

– la bontà è un investimento che non fallisce.

[il pezzo prosegue nell’uscita successiva del blog]

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Ragazza sola – Pixabay

Focus sull’incontro umano

Redazione DtA


Proseguiamo, come già scritto nella precedente uscita, con un altro contributo della dr.ssa Marcella Danon, scrittrice, accademica e psicologa italiana.

Nel counseling la priorità è l’incontrarsi


Al di là della metodologia e delle tecniche usate dai diversi approcci nel counseling, questa priorità dell’incontro umano accomuna tutte le scuole, è l’essenza stessa della relazione di counseling. E’ qualcosa che non si impara sui libri, ma che è la vita stessa a insegnare, è un atteggiamento interiore di profondo rispetto e accettazione di sé e dell’altro, che può solo nascere da un lavoro di crescita personale, da un aver sviluppato in prima persona quello che A. Van Kaam definisce “impegno esistenziale”: la consapevolezza della propria fondamentale libertà di fronte alle sollecitazioni della vita, della potenziale creatività di dare direzione e qualità alle relazioni e della responsabilità conseguente nei confronti della propria esistenza.

La formazione al counseling, ai futuri professionisti in questa nuova professione destinata a diffondersi sempre di più, passa necessariamente per un percorso di scoperta, riconoscimento e consolidamento delle qualità umane presenti in ogni persona che abbia affrontato in prima persona un percorso di conoscenza, accettazione e integrazione personale. Un percorso che sviluppa, a sua volta, la sicurezza interiore necessaria per accompagnare un altro essere umano alla ricerca di sé, con la stessa tranquilla fiducia con cui una guida di montagna accompagna un escursionista sul suo percorso: fornendo stimoli ma sapendo attendere che l’altro sia pronto a coglierli, incoraggiando senza forzare, mettendo in guardia senza invadere, guidando, passo per passo, verso una crescente autonomia e una maggior fiducia in se stessi.

Il counseling è basato su una profonda fiducia nell’essere umano, nella sue capacità di autodeterminazione e nei suoi valori più alti potenzialmente presenti in ognuno. E’ questa fiducia che deve impregnare l’atteggiamento di ogni counselor, deve essere il messaggio subliminale che viene passato nella relazione per sostenere la persona nella sua ricerca di sé, con la tranquilla certezza che non spetterà mai al counselor dirle dovere deve andare e cosa deve fare.

Chi conduce l’incontro dovrà “soltanto” essere lì per l’altro, esserci davvero, con tutto se stesso con tutta l’attenzione, l’empatia, la partecipazione di cui è capace chi ha già fatto quella strada in prima persona e decide di intraprendere la professione del “facilitatore” del processo di crescita, della guida di montagna verso tra vette e abissi dell’animo umano, di catalizzatore di un ampliamento di punti di vista e di orizzonti.

Questa presenza, questa capacità di mettere a disposizione la propria umanità, questa autentica premura dimostrata nei confronti del proprio interlocutore, prima ancora di qualsiasi tecnica o strategia pianificata a tavolino, sono gli elementi fondanti, peculiari e vincenti di questa nuova professione di aiuto, del counseling.


Escursione a due sulle alture del Vietnam – Pixabay

Counseling … Incontrarsi!

Redazione DtA

Questo pezzo e il prossimo – con cui inauguriamo settembre -fanno riferimento a quanto scritto dalla dr.ssa Marcella Danon, scrittrice, accademica e psicologa italiana. Si tratta di riflessioni e argomentazioni che focalizzano il tema dell'”incontro“. E siamo in tempi in cui l’incontro tra persone viene, per i noti motivi, complicato e discusso in continuazione.


Counseling: il potere dell’incontro umano.

Si sta diffondendo sempre di più in Italia il counseling, una professione che insegna a valorizzare e potenziare le proprie capacità di ascolto ed empatia per metterle al servizio della crescita personale altrui, in tanti ambiti diversi.

E’ un atteggiamento professionale peculiare quello con cui il counselor si rivolge al cliente, a metà strada tra il rituale distacco del medico e il caldo coinvolgimento dell’amico del cuore, tra l’aritmetica competenza del commercialista e quella carismatica di un maestro. Carl Rogers stesso, in “Psicoterapia di consultazione”, definisce il counseling come “un legame sociale diverso da tutti quelli che l’individuo può aver sperimentato fino a quel momento”. Che cosa caratterizza questa relazione, la cui specificità ha portato alla decisione di non italianizzare il nome della professione ma di mantenerne la dizione originaria – counseling – dal significato così insostituibile?

Proprio il fatto che, prima ancora di essere un rapporto professionale, il counseling è un rapporto umano.

E’ un momento privilegiato di interazione in cui il counselor crea le condizioni per una comunicazione autentica, in cui il cliente si senta accolto, ascoltato, accettato, compreso. In un tipo di società dallo stile di vita sempre più frenetico, anonimo e automatizzato nelle relazioni interpersonali, diventa sempre più difficile per le persone crearsi situazioni in cui potersi aprire con un interlocutore senza doverne temere il giudizio, la considerazione superficiale, il disinteresse o addirittura il rifiuto.

Il counseling risponde a questa profonda necessità di incontro autentico e di condivisione di riflessioni inascoltate che spesso, una volta accolte da un orecchio attento, da sole si incanalano verso una possibile risoluzione adatta alla persona. Anche in questo il counseling si distingue da altre relazioni professionali, nel suo accompagnare dolcemente l’interlocutore verso l’esplorazione della sua situazione sostenuto dal sottinteso che sarà lui stesso a poter trovare la soluzione di volta in volta necessaria, che è lui – il cliente – l'”esperto”, l’unico possibile esperto nell’arte di comprendere e dirigere la sua stessa vita.


Incontro – Pixabay

Counseling … quando?

Redazione DtA

Dal sito di AssoCounseling (https://www.assocounseling.it/)

Quando è utile un intervento di counseling?

Il counseling non è una forma di terapia (medica o psicologica) o di sostegno psicologico.

Il counseling è un percorso di crescita, di responsabilizzazione, di maturazione durante il quale siamo seguiti da un professionista, il counselor, che ci accompagna alla scoperta di un futuro diverso.

Il counselor non dà consigli, non offre soluzioni e non indica scorciatoie.

Il counselor ci accompagna verso mete e obiettivi che noi stessi abbiamo stabilito, e aiuta a far sì che ognuno di noi possa dare il meglio di se stesso: nella vita privata, nella scuola, nel lavoro, nei rapporti di coppia e familiari.

Ognuno di noi possiede delle potenzialità e delle risorse: il counselor ci aiuta ad esprimerle.

Capita a tutti nella vita di attraversare dei momenti difficili. Questi momenti sono caratterizzati, per lo più, da una così detta “fase di transizione” ovvero da un cambiamento (personale, scolastico, professionale, amicale, etc.).

Durante la nostra vita accadono delle cose che, pur essendo del tutto normali (nasce un figlio, cambia il lavoro, si chiude un ciclo scolastico, etc.), spesso ci lasciano in una situazione di empasse rispetto alla quale non sappiamo bene come muoverci.

Il counseling è utile quando…

. dobbiamo prendere una decisione difficile che riguarda la nostra vita personale o professionale;
. dobbiamo raggiungere un obiettivo che ci siamo posti, ma incontriamo delle difficoltà;
.ci troviamo di fronte ad una scelta lavorativa;
.vogliamo riorganizzare le nostre relazioni familiari, magari in seguito ad una separazione o ad un divorzio;
.i figli diventano grandi e lasciano la loro famiglia d’origine;
.quei figli siamo noi e non sappiamo più come rapportarci alla nostra famiglia d’origine;
.si costruisce o si ri-costruisce un nuovo nucleo familiare;
.incontriamo dei problemi nella vita di coppia;
.incontriamo difficoltà nella carriera scolastica (ad esempio siamo bloccati nella scelta dell’università o nel sostenere un esame);
.ci troviamo in delle situazioni dove, da soli, sentiamo di non farcela.


Angoscia – Foto Pixabay

E quando gli altri siamo noi?

“Come nel mare non sconvolto dalla tempesta la superficie dell’acqua si presenta priva di increspature, così nella società non turbata dalla ricerca di ingiusti privilegi gli uomini sono tutti uguali e in pace gli uni con gli altri.”                                                                                                                                                               

                                                                                              (Proverbio cinese)



E quando gli altri siamo noi?

di Annamaria Sudiero

Già, quando gli altri siamo noi? Intendo dire nel senso negativo del termine, cioè quando siamo noi stessi ad essere considerati “nemici”.

Come ci sentiamo? Rabbia e frustrazione saranno i sentimenti che ci prendono, che ci fanno star male, che ci opprimono. Fino a ieri stavamo bene, poi qualcuno ci ha privati di qualcosa, di un privilegio forse? Perché magari non ci eravamo resi conto di essere privilegiati e per esserlo non servono poi grandi cose. Qualche esempio?

In una società patriarcale come la nostra essere uomo è sicuramente un privilegio: quante poche donne ci sono nelle alte cariche, e quanto faticano ad arrivarci! È possibile per una donna passeggiare da sola la sera in una grande città? Un uomo non avrebbe problemi – non mi sto riferendo ovviamente a quella che potrebbe essere un’aggressione per furto ma a quella sessuale.

Una persona di colore ha le stesse potenzialità e dovrebbe avere gli stessi diritti di una persona bianca, ma nella nostra società non ha certo le stesse possibilità di poterle sviluppare! Quanti neri, arabi, asiatici vedete fare i medici, gli avvocati, i commercialisti…? E quei pochi, a quanti privilegi, o chiamiamoli pure vantaggi, di altre persone hanno dovuto soccombere prima di arrivare? E pensare che essere nero ma non africano può già essere un vantaggio. Ho ascoltato la testimonianza di una ragazza nera italiana – sì, perché dobbiamo anche imparare che gli italiani non sono più solo persone bianche – che quando si trova in autobus parla in inglese con chi incontra, perché se scambiata per una turista corre meno pericoli che essere scambiata per una nera africana!

Per non parlare poi della comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) quante lotte devono fare per poter vivere senza essere additati, evitati, sbeffeggiati se non pestati ed ammazzati!

E poi c’è la religione. Ognuno pensa che la propria sia “migliore”. Puoi essere cattolico, mussulmano, ebreo, buddista oppure ateo, agnostico… ma sono comunque gli altri che stanno sbagliando. Quando proprio la religione, qualsiasi religione, dice che siamo tutti fratelli, ma forse non abbiamo ancora compreso cosa significhi.

Possiamo dunque capire che, nella nostra bellissima Italia, se già è un privilegio essere uomo, come può vivere una donna di colore, magari un po’ “in carne” – perché anche la taglia che porti diventa un vantaggio – mussulmana, lesbica? Quanti ostacoli in più deve affrontare anche solo di fronte ad una donna bianca, filiforme, cattolica, eterosessuale che nella nostra società è considerata, come dire, la “normalità”? Perché sicuramente, per esempio davanti ad un contratto d’affitto o di lavoro, quasi sempre sarà privilegiata la persona bianca anche se entrambe sono nate qui, hanno fatto gli stessi studi, magari insieme e magari la persona di colore è anche più preparata, ma è di colore, chi la vuole? Meglio di no, meglio la bianca, è più “normale”!  

Sono del parere che chiunque debba avere la possibilità di esprimere il proprio “essere persona”. Direi che è importante riconoscere il proprio privilegio e utilizzarlo affinché i benefici di cui godiamo vengano estesi anche alle altre persone. Avere un privilegio non significa essere migliori degli altri. Purtroppo, nella nostra società esistono ancora il patriarcato, il sessismo, il classismo, il razzismo, l’islamofobia, l’omofobia, e sono tutte cose che si aggiungono all’identità di una persona, a come questa viene recepita. Di conseguenza potrà subire delle discriminazioni e dovrà arrendersi davanti ai privilegi degli altri.

Anziché negare questa realtà, utilizziamola per cambiare le cose che non vanno bene. In questo modo forse i privilegi avranno fine e saremo veramente uguali, allora sì potremo parlare di giusta meritocrazia e potrà esistere con l’Altro una sana competizione.

Non sono solita dare consigli ma questa volta mi sento di farlo. Se avete Spotify, si può comunque scaricare gratis la versione base, seguite il podcast “Palinsesto femminista”. È qui che ho trovato lo spunto per scrivere questo articolo. Troverete l’audio integrale di 14 interviste di un’ora circa, andate in onda live su Istagram dal 30 Marzo al 12 Aprile, sul profilo di Irene Facheris (@cimdrp), laureata in psicologia e presidente dell’associazione Bossy, con cui si occupa di stereotipi di genere, sessismo, femminismo e parità in senso lato.

Non perché dobbiate diventare femministe/i ma perché secondo me potreste capire meglio come si sentono le persone a cui vengono negati dei diritti per favorire i privilegi, magari inconsapevoli, di altre persone. Credo si possa comprendere e imparare molto.

Nel caso lo facciate vi auguro Buon Ascolto.

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A.S.

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Pensare anche a sé

Su suggerimento della collega Clitta Frigo riporto in estrema sintesi il pensiero scaturito dalla lettura condivisa di un testo della coppia Kathryn e David Geldard, psicologi e counsellor professionisti, formatori e scrittori (citaz. “Parlami, ti ascolto” edito da Erickson).

Nell’aiuto agli altri occorre prevedere sempre anche uno spazio adeguato riservato all’auto-riflessione e al pensiero e dialogo interiori, una sorta di area per la ricarica, un po’ come avviene per le automobili, quando sono a corto di energia o di carburante.

Si tratta, per chi aiuta gli altri, di pensare un po’ ai propri bisogni. Non è banale, assolutamente.

Ecco un passo dal testo citato.

Dobbiamo prenderci cura dei nostri bisogni fisici, sociali, emotivi. Se non lo facciamo, è difficile che riusciamo davvero ad aiutare qualcuno.

Per riconoscere l’esigenza di ricaricarci dobbiamo essere pronti a:

. osservare nei nostri comportamenti tutto ciò che è anomalo, sempre che si presenti;

. ascoltare e accogliere tutte le osservazioni provenienti dagli altri (feedback);

. riconoscere le nostre emozioni, i nostri stati interni, dare loro un “nome”.

Per evitare di ritrovarci esausti, o travolti dai vissuti emotivi si può:

. prenderci cura del nostro benessere fisico;

. cercare anche di divertirci e rallegrarci;

. riposare quanto necessario (fasi di sonno);

. coltivare le relazioni sociali e mantenerle possibilmente nel tempo;

. se c’è l’esigenza, non escludere di chiedere aiuto a terze persone che siano competenti.

Infine se vogliamo essere effettivamente d’aiuto agli altri, non possiamo dimenticare la crescita e lo sviluppo personale di ognuno di noi”.

 

A cura di    IMG_0224   Gianni Faccin

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Come aiutare

Nel pezzo precedente, di metà gennaio, con cui abbiamo dato avvio al nostro blog 2020, abbiamo chiuso con la frase: “E trovarsi dalla parte dei bisognosi rende più consapevoli che non è facile lasciarsi aiutare e nemmeno diventare un po’ più umili”.

Ed è così. Non è facile aiutare e nemmeno farsi aiutare.

Nel primo caso, spesso, saremmo portati ad aiutare secondo quanto ci detta il nostro ego e, nel secondo caso, magari nella inconsapevolezza, vorremmo riuscire in ogni situazione critica, anche soccombendo, al limite, pur di non essere supportati da altri.

Troppo orgoglio o superbia? O timore di dover relazionarsi con qualcuno più bravo o disponibile di noi? Della serie … non voglio dover ringraziare nessuno!

E’ cosa che va attentamente approfondita.

Ma nel caso dell’aiuto agli altri come possiamo percorrere un cammino di genuino aiuto che sia frutto di un equilibrio, per quanto fluido, tra le nostre personali esigenze e le esigenze dell’altro?

Desidero oggi approfondire quest’ultimo interrogativo, rinviando ad altra occasione il tema “farsi aiutare”.

E’ indubbio che chi aiuta gli altri, in qualsiasi situazione, lo fa sia per agevolare l’aggiustamento di una situazione critica vissuta da una persona o da un gruppo di persone; sia per dare soddisfazione ad una esigenza personale, in genere anche se non sempre, del tutto legittima.

E qui entra in campo la dimensione che qualcuno definisce di auto-aiuto. Si tratta di conoscerla e saperla amministrare per raggiungere lo scopo di favorire in altri, con gradualità, una competenza, ossia aiutarsi in autonomia.

Perché ciò avvenga occorre che io per primo, se voglio aiutare altri, sia in grado di aiutarmi da solo, diventando competente in questo atteggiamento.

Del resto non è possibile aiutare gli altri se prima non si è capaci di aiutare se stessi.

Di quale atteggiamento stiamo parlando?

E’ un atteggiamento complesso, fatto di molteplici elementi.

In base a quanto da me vissuto, tra questi elementi sono presenti alcune posizioni forti: accettare di mettersi in discussione – quindi “umiltà”, desiderio di conoscersi a fondo – quindi “coraggio e fiducia”, unite ad un atteggiamento di profondo ascolto di sé – quindi “rispetto e amore” verso se stessi.

Soltanto con questo atteggiamento, composto senza dubbio di altre virtù, potrò costruire e strutturare l’equilibrio personale che permetterà di aiutarmi a restare centrato e ad evolvere e crescere. Solo così quando volgerò gli occhi fuori da me, lo farò aiutando gli altri con serenità, in modo tendenzialmente disinteressato, senza aspettarmi nulla in cambio che non sia il beneficio altrui [segue].

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IMG-20150524-WA0001   Gianni Faccin

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Fonti e riferimenti
Aiuto alla persona – Gianni Faccin, GEDI
https://www.aiutoallapersona.it/

 

Il senso dell’aiutare

E veniamo con questo primo pezzo, che inaugura il nuovo anno, all’”aiutare”.

Innanzitutto il significato.

Nella versione riflessiva significa adoperarsi con tutte le forze ovvero con tutto ciò che si ha a disposizione per uno scopo, ingegnarsi.

Nella versione transitiva significa sostenere con i propri mezzi chi si trova in difficoltà o nell’impossibilità di fare da solo; soccorrere.

Nella prima è facile riprendere l’auto aiuto della famosa “aiutati che il cielo ti aiuta”. Nella seconda invece viene spontaneo ricordare l’altra notissima “qualche santo ci aiuterà”.

Da quanto scritto sopra si evince che aiutare è un’opera che in un momento di difficoltà si presta o si riceve. Il termine “aiuto” deriva dal latino adiutus-diuvare, fatto di ad e iuvare, giovare. In sé il termine non contiene la circostanza difficile o critica, ma solo il giovamento, dato o ricevuto. E’ però evidente che è proprio la circostanza critica a far risaltare l’atto. Infatti non è aiuto se un amico viene a trovarci portando la pizza, ma è aiuto se ci presenta qualcosa che non avremmo potuto permetterci, o che non saremmo riusciti a procurare. Un atto luminoso rispetto ad una situazione posta su di uno sfondo oscuro.

Ecco che l’aiuto si esprime come azione nobile, di alta umanità e di grande delicatezza: non è facile prestare il giusto aiuto, così come spesso non è facile accettarlo.

Aiutare è “gridare”, chiamare forte la necessità impellente, oltre a offrire generosamente.

E’ un’esperienza che possiamo dire strana, nel caso sia vissuta dalla parte di chi riceve anziché dare, come un vecchio genitore che è ora bisognoso della vicinanza dei figli.

E trovarsi dalla parte dei bisognosi rende più consapevoli che non è facile lasciarsi aiutare e nemmeno diventare un po’ più umili” [segue].

 

IMG-20150524-WA0001   Gianni Faccin

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Fonti e riferimenti
Aiuto alla persona – Gianni Faccin, GEDI (fonti di autori vari)
https://www.aiutoallapersona.it/
https://www.treccani.it

 

L’Incontro e l’Aiuto

Incontrare – Giungere alla presenza di qualcuno o qualcosa, imbattersi, affrontare dal latino incontrare, derivato dell’avverbio incontra. “Siamo davanti a due enti, due forze, di cui almeno una si muove verso l’altra (etimologicamente, ‘contro’), e che comunque l’una verso l’altra sono rivolte. Il bello è che non cozzano. Convergono in un luogo comune, si soffermano. Perciò quello che potrebbe parere un moto schiettamente aggressivo non lo diventa per forza, anzi. Perfino i pugili che si incontrano sul ring (e che in effetti se le danno sode) lo fanno in un contesto di sportività, quasi di cavalleria. Figuriamoci se poi ci allontaniamo da situazioni del genere: l’incontrare e l’incontrarsi esprimono nella maniera più trasparente il loro senso di confronto, di contatto, per quanto spesso accidentale, non programmato – abbracciando sfumature che vanno da quell’affrontare fino all’imbattersi. Pensiamo a quando incontriamo lo sguardo della persona che ci fa venire la testa leggera; pensiamo a quando ci incontriamo in spiaggia più o meno sempre alla stessa ora; pensiamo al piatto che incontra davvero il nostro gusto.
Poi, se si guarda sui dizionari, l’analisi della casistica d’uso di questo verbo è sterminata – prende ora la forma del transitivo (incontro un cinghiale), ora dell’intransitivo pronominale (il sindaco si è incontrato con il comitato), ora del riflessivo reciproco (si sono incontrati al bar), ora dell’uso assoluto (il film incontra molto). Ciò che fa davvero la differenza è conservare la consapevolezza dell’immagine fondamentale del verbo, con tutta la sua grazia: una convergenza nell’istante”.

(dal sito unaparolaalgiorno.it)

E l’Aiuto?  ” …  È chiaro che però sia proprio il momento di difficoltà a far risaltare questo atto… 

…  Allora riesce come atto nobile, di alta umanità e di grande delicatezza: anche prestare il giusto aiuto non è facile, così come spesso non è facile accettarlo…”