Incoraggiamenti

1 – Dott. Mauro Ciccarese – Direttore dell’Unità Operativa Infanzia Adolescenza      Famiglia – Ulss 7 La Pedemontana

Ciao G., complimenti per l’attività svolta e monitorata. Centri così costituiti penso siano molto importanti per chi li fa, per chi li riceve, ma soprattutto per la comunità  che li attiva e li accoglie e da un senso di appartenenza.  A presto, Mauro”



Beatitudine

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Ho riflettuto su questo termine, che è uno stato personale, dopo che ieri all’inizio di una riunione di lavoro alcuni colleghi si sono informati sui miei progetti e, dopo che ne ho accennato, hanno esclamato: “beato te!“. Ciò ha richiamato l’attenzione di altri che hanno concordato a voce alta su quanto già espresso da alcuni e fissandomi con vivo e piacevole interesse.

Sinceramente ho provato anche io piacere nell’immediato, e ho sorriso concordando io stesso sull’esclamazione. Salvo poi chiedermi mentalmente perché. Perché beato?

Oggi sono ritornato su questo pensiero, in una giornata che – come ogni anno – ci invita a guardarci dentro nell’oggi e a trovarvi i collegamenti con l’ieri, ci propone di identificarci nel presente trovando conferme rispetto al nostro rapporto con le nostre radici (paterne, materne, parentali, amicali, associative, …). E poi guardare avanti, quasi subito.

Mi sento sì beato. Ma non è come nei luoghi comuni, in cui essere beato s’intende stare bene, in pace, tranquillo perché non ci sono fastidi, dissidi interni, contrasti con altre persone, non aver seccature.

E com’è allora?

Ho provato a cercare nella letteratura e nei dizionari. Ecco alcune interpretazioni, tenuto conto che beatitudine deriva dal latino beatitudĭne(m), deriv. di beātus ‘beato’.

Alcune definizioni sui dizionari: “felicità intensa, perfetta e assoluta, circondato dalla mia amata famiglia, vivo in beatitudine”; “sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo; allegria, letizia, felicità: gioia grande, profonda, immensa” (gioia è termine correlato);  “l’essere sereno (anche in senso figurato): la serenità del cielo,  serenità di spirito, di giudizio” (serenità è altro termine correlato).

Guardando alla teologia: “Stato di perfetta felicità, specialmente quella delle anime del Paradiso, consistente, secondo la teologia cattolica, nella visione beatifica di Dio”.

E alla letteratura classica, Foscolo diceva che beatitudine è sentirsi amato, “la beatitudine di sentirsi amato addolcisce ogni dolore”.

Io considero beatitudine uno stato d’animo in tensione  e ricerca per forti vocazioni, per attenzioni verso gli altri, i singoli e le comunità in cui ho avuto  e avrò il dono di essere inserito o in connessione.

Di questo ringrazio coloro che sono state le mie radici e che oggi ricorderò in modo particolare. Ma poi tornerò alla scena di tutti i giorni con tutte le sfide, gli impegni, i desideri e i progetti che matureranno. Il Gesuita Giovanni Cucci (filosofo e psicologo) ha scritto una cosa che sento molto mia:“Il rapporto con i propri morti suppone la capacità di relazionarsi con i propri vivi”.  Ed è la beatitudine intesa come tensione e ricerca che mi sono state testimoniate, dai miei cari e da moltissimi incontri con persone e comunità che ho ricevuto in dono finora.

Riporto qui un brano di altro scritto sull’essere beato, del fratel Adalberto della Comunità di Bose, che trova la mia piena adesione:

“Essere “beati” non significa sperimentare una dimensione di benessere e pace interiore, risultato di strategie complesse. Significa guardare ai poveri, ai diseredati, a quelli a cui non è fatta giustizia, a quelli che mancano del pane, a quelli che non hanno consolazione in questo mondo … Significa avere una ragione per cui vale la pena vivere, amare, soffrire; trovare ogni giorno la forza di sperare …”.


Emozioni in Poesia

 

EMOZIONI

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“Non sempre distinguerle noi sappiamo, 
ma quante emozioni nella nostra vita;
la loro varietà è infinita.
Siamo tristi o amareggiati,
sereni o appagati,
impauriti o agitati.
È forse minima la differenza,
ma riconoscerla può cambiare l’esistenza.
Non sono belle o brutte,
son solo nostre, dobbiamo amarle tutte.
E se a viverle appieno noi riusciamo,
possono darci una gioia infinita:
riscoprire la nostra vita”!

Annamaria Sudiero

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Poesia e Silenzio

“Silenzio e poesia vanno a braccetto: credo che nessun poeta sia sfuggito a questo collegamento, da D’Annunzio (che inizia con “Taci” la sua poesia più famosa, “La pioggia nel pineto”) a Montale (“Non chiederci la parola”), da Neruda (“Mi piaci quando taci”) alla Merini (“Ho bisogno di silenzio”), tanto per restare nel Novecento.

E’ dal silenzio che nasce la poesia, nel silenzio essa ritorna.

Ce l’ha nelle parole: in questa lirica della Pozzi, si sposano notte e silenzio (“silenzio oscuro”), ed è la notte il tempo in cui il mondo tace. Ma “muoiono le tue note” e perfino c’è un “suono spento” che si solleva nel cielo. Tutte metafore o immagini per il silenzio.
Ma c’è anche un silenzio strutturale: il verso, quando va a capo, impone una pausa che, per quanto breve o brevissima, interrompe la lettura, impone uno stacco, dunque crea un silenzio. Di più: il verso, quando ha metriche diverse, impedisce la cantabilità, come qui, dove si passa dal trisillabo all’endecasillabo, frantumando dunque anche il ritmo. Ancora di più: la Pozzi, come la Dickinson (che di questa modalità fa una vera e propria cifra stilistica), aggiunge delle lineette, spacca il verso al suo interno, interrompe ulteriormente la lettura. A questi silenzi, a queste pause, a queste interruzioni, non si può sfuggire: la poesia riesce, nella sua natura, a rendere essenziale non solo la parola ed il discorso, ma anche l’assenza di entrambi.                             (Gianluigi Coltri)

“Curva tu suoni ed il tuo canto è un albero d’argento nel silenzio oscuro.
Limpido nasce dal tuo labbro – il profilo delle vette – nel buio .
Muoiono le tue note come gocce assorbite dalla terra.
Le nebbie sopra gli abissi percorse dal vento sollevano il suono spento
nel cielo”.
(“Notturno”, di Antonia Pozzi, da “Tutte le opere”)

IMG_1449.JPGNotte su Ponte Vecchio Firenze – Foto gianni.f

Resilienza e Amore

Nel caso dell’Amore di coppia esiste l’Aiuto, eccome se esiste. E’ l’Aiuto reciproco.

Nel simpatico video di Cecilia Greco,pubblicato da Huffingtonpost, viene tirata in ballo la Resilienza, che si inserisce in una sistematica situazione di contesto relazionale: la coppia amorosa. (vedasi: http://www.huffingtonpost.it/2017/10/27/resilienza-e-la-parola-chiave-per-una-storia-damore-duratura-le-abitudini-che-fanno-la-differenza_a_23258180/).

Resilienza è la capacità della persona, per dirla con Atkinson & Hilgard’s, di “piegarsi alle avversità, agli insuccessi e ai lutti di ogni sorta, senza spezzarsi, ma reagendo, grazie ai supporti della socialità, dell’agentività (posso farcela) e grazie agli obiettivi e ai valori in cui si crede”.

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Vediamo come ci aiutano con riflessioni ed esemplificazioni professionisti internazionali che operano nella Sociologia, nel Coaching, nella Psicologia e nel Counselling.

“In tutte le relazioni, anche nelle migliori, le coppie incontrano problemi grandi e piccoli – dallo stress quotidiano della quotidianità, a questioni più gravi come la perdita del lavoro o la malattia della persona amata. Una cosa che spesso differenzia le coppie più forti da quelle più “deboli” è la loro resilienza, la capacità di riprendersi dopo una situazione complicata. Di seguito, alcuni esperti di relazioni rivelano i tratti comuni delle coppie più resilienti.

  1. Non giocano allo “scaricabarile”.

“È facile incolparsi l’un altro quando la relazione tocca il fondo. Ma scaricare le colpe porta, quasi sempre, a un contrattacco, che alla fine non condurrà a un bel niente. Le coppie resilienti, al contrario, si guardano dentro quando le cose non vanno bene e si chiedono: “Cosa avrei potuto fare di diverso in quella situazione?” o “Cosa posso fare ora per farmi perdonare“. Anziché aspettare che sia l’altro a tendere la mano o a cambiare il suo comportamento, i partner più resilienti sono proattivi quando si tratta di rimettersi in carreggiata. Imboccare la strada giusta è più importante che avere ragione” – Michelle Weiner-Davis, psicologa scrittrice e autrice di Divorce Busting.

  1. Riescono a scovare l’ironia anche nelle situazioni difficili.

“Le pressioni quotidiane e le responsabilità legate ai soldi, all’educazione dei figli e al lavoro spesso generano conflitti e tensione. Segno caratteristico di un matrimonio resiliente è l’inclinazione a ridere o a ricorrere all’umorismo per fermare le comunicazioni infruttuose. Una coppia con cui ho lavorato si è resa conto, ad esempio, che quando i litigi tendevano a peggiorare, spesso era d’aiuto che uno dei due fosse disposto a spezzare la tensione con un semplice sorriso, allargando le braccia ed esclamando: lasciamo perdere e abbracciamoci” – Elisabeth LaMotte, psicologa e fondatrice del  DC Counseling & Psycotherapy Center.

3. Chiedono aiuto quando ne hanno bisogno

“Tutti i rapporti attraversano momenti complicati, e a volte non riusciamo a farcela da soli. Ci vuole coraggio per chiedere aiuto, soprattutto per gli uomini. Ma, spesso, è proprio la volontà di ricevere la guida e il supporto di un professionista esperto a distinguere le relazioni che ce la fanno da quelle che mollano” – Kurt Smith, analista specializzato in  counselling per uomini.

4. Non hanno paura di essere vulnerabili.

“Le coppie resilienti condividono le proprie emozioni senza aver paura di esprimere vulnerabilità. Si confidano paure e speranze, e rispondono con compassione alle rivelazioni dell’altro. Soprattutto quando sono sotto stress, le coppie devono parlare apertamente e fare affidamento sull’altro” – Samantha Rodman, psicologa e coach.

5. Non si aspettano che il partner legga nella loro mente.

“Le coppie resilienti usano le parole, non la chiaroveggenza. Pongono quella domanda in più che possa chiarire ciò che il partner sta dicendo, anziché fare supposizioni. Spesso, litigi e sentimenti feriti sono il risultato di incomprensioni e fraintendimenti delle parole altrui, e frenare un attimo la propria reazione per dire semplicemente “Scusa, non credo di riuscire a capire, puoi essere più chiaro su questo punto?” può aiutarvi ad evitare sentimenti negativi e inutili diverbi” – Ryan Howes, psicologo.

6. S’impegnano a risolvere i problemi, non ad ignorarli.

La mia guida preferita è il pensiero “Tu non sei il problema, io non sono il problema. Il problema è il problema e insieme possiamo risolverlo”. Ecco l’esempio di una coppia con cui ho lavorato: dopo dieci, spiacevoli minuti passati ad incolparsi per aver causato un lieve incidente stradale ed aver ricevuto una sanzione, entrambi i partner hanno fatto un passo indietro e ammesso di aver contribuito in ugual misura all’accaduto, concentrandosi poi sul problema più grande: che spesso non prestano attenzione a ciò che succede intorno a loro perché entrambi sono multitasking” – Pepper Schwartz, sociologa e sessuologa.

  1. Sono animati dal desiderio autentico di andare avanti.

“Le avversità possono portare a galla il peggio del partner. Alcune prove difficili, come un tradimento, possono far sì che una coppia resti bloccata nel dolore, impedendo alla relazione di andare avanti. Ad esempio, ci sono persone che tengono una lista mentale di tutte le volte che sono state ferite dal partner. Poi, quando messe a dura prova, non si limitano a snocciolare solo i motivi del dolore più recente, ma accumulano tutti i torti del passato. Le coppie resilienti sono capaci di concentrare le proprie energie sui modi per portare avanti la relazione, anziché guardarsi indietro” – Kurt Smith”.

(Fonte: http://www.huffingtonpost.it/kelsey-borresen/queste-7-abitudini-delle-coppie-resilienti-fanno-la-differenza_a_23244681/ ottobre 2017)


Ascolto e Silenzio

Il Silenzio si ascolta?

Gianluigi Coltri, studioso, poeta e scrittore ama recensire testi di autori vari. E’ interessante la recensione di qualche giorno fa su questi temi, decisamente inusuali per la società contemporanea eppure così importanti, per esempio per il bene della persona.

Il pretesto a cui Coltri ricorre è il rapporto con la musica.

“Nella collana filosofica di piccoli saggi dell’Accademia del Silenzio, trova posto anche il confronto tra musica e silenzio. Sembrerebbe una contraddizione in termini, ma Ferrari, musicologo e insegnante di didattica della musica, ci inoltra in un percorso affascinante. Già: si tratta di scoprire il silenzio dentro la musica.
Il silenzio può essere quello dell’ascoltatore, nella sala del concerto, come qui sopra proposto, ma può essere anche dentro la musica. Bach, nella sua “Passione secondo Matteo”, quando arriva il momento cruciale del ‘Mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato’, gli archi, che per tutta la composizione hanno accompagnato ogni parola di Gesù, qui tacciono. Gesù muore solo, ed anche musicalmente questo viene sottolineato. Da brivido, ma siamo in presenza di Bach, l’assoluto genio musicale.
Ma c’è anche un altro significativo luogo musicale per il silenzio: la pausa. E’ questo un silenzio espressivo, che apre scenari nuovi.  Mi allontano dal saggio di Ferrari: penso alle produzioni musicali dell’etichetta ECM, diretta da Manfred Eicher, che del silenzio ha quasi un culto. Molti lavori sembrano avere le note appese al silenzio, sospese in atmosfere rarefatte, meditative. Qualcuno, ogni tanto, dice che sono anche noiose, ma io trovo comunque che si tratti di proposte veramente alternative, in tempi come questi, dove domina il chiasso. Nel medioevo, nell’arte dominava l’horror vacui, la paura del vuoto, così bisognava riempire tutto, la parete di pittura, il fregio di decorazioni. Oggi, ci riempiamo di rumori: per non ascoltarci, forse, perché non sappiamo più restare con noi stessi”.
(Gianluigi Coltri)
Brano recensito:
“Comincia il concerto. La sala è piena, le luci si spengono, il pubblico tace. Entra il pianista e suona un Notturno di Chopin. Dopo una giornata passata a casa o al lavoro, da soli o con gli altri, siamo pieni di emozioni, pensieri e ricordi. La musica si spande e fa risuonare le voci che abitano la nostra vita interiore: arriva a tutti, ma dà l’illusione di parlare solo a noi. Ha il tono di una confessione che rivela la nostra stessa anima. Si alimenta della vita interiore, del “rumore emozionale” che è in noi: le nostre emozioni sono messe in risonanza. Questa fusione tra suono e “voci interiori” è promossa dalla musica stessa, ed è parte del godimento che proviamo ascoltandola. Il silenzio in gioco, qui, è esteriore: basta tacere, ascoltare, abbandonarsi al fluire dei suoni e delle emozioni”.
(Emanuele Ferrari, “Ascoltare il silenzio”, Mimesis, 2013)
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L’Incontro e l’Aiuto

Incontrare – Giungere alla presenza di qualcuno o qualcosa, imbattersi, affrontare dal latino incontrare, derivato dell’avverbio incontra. “Siamo davanti a due enti, due forze, di cui almeno una si muove verso l’altra (etimologicamente, ‘contro’), e che comunque l’una verso l’altra sono rivolte. Il bello è che non cozzano. Convergono in un luogo comune, si soffermano. Perciò quello che potrebbe parere un moto schiettamente aggressivo non lo diventa per forza, anzi. Perfino i pugili che si incontrano sul ring (e che in effetti se le danno sode) lo fanno in un contesto di sportività, quasi di cavalleria. Figuriamoci se poi ci allontaniamo da situazioni del genere: l’incontrare e l’incontrarsi esprimono nella maniera più trasparente il loro senso di confronto, di contatto, per quanto spesso accidentale, non programmato – abbracciando sfumature che vanno da quell’affrontare fino all’imbattersi. Pensiamo a quando incontriamo lo sguardo della persona che ci fa venire la testa leggera; pensiamo a quando ci incontriamo in spiaggia più o meno sempre alla stessa ora; pensiamo al piatto che incontra davvero il nostro gusto.
Poi, se si guarda sui dizionari, l’analisi della casistica d’uso di questo verbo è sterminata – prende ora la forma del transitivo (incontro un cinghiale), ora dell’intransitivo pronominale (il sindaco si è incontrato con il comitato), ora del riflessivo reciproco (si sono incontrati al bar), ora dell’uso assoluto (il film incontra molto). Ciò che fa davvero la differenza è conservare la consapevolezza dell’immagine fondamentale del verbo, con tutta la sua grazia: una convergenza nell’istante”.

(dal sito unaparolaalgiorno.it)

E l’Aiuto?  ” …  È chiaro che però sia proprio il momento di difficoltà a far risaltare questo atto… 

…  Allora riesce come atto nobile, di alta umanità e di grande delicatezza: anche prestare il giusto aiuto non è facile, così come spesso non è facile accettarlo…”

Ascolto delle Emozioni

E le Emozioni? Le Emozioni sono fondamentali per ogni persona, esse rappresentano un patrimonio personale imprescindibile. Ne parleremo a fondo.  Ecco per iniziare un contributo da parte di un’operatrice volontaria dell’Ascolto e coordinatrice del Punto d’Incontro San Giorgio.


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ASCOLTARE LE EMOZIONI

“Quando trattiamo con la gente, ricordiamo che non stiamo trattando con persone dotate di logica. Noi stiamo trattando con creature dotate di emozioni.”       (Dale Carnegie) 

“Quando una persona ci chiede di ascoltarla, quello che ci verrà a raccontare saranno le sue emozioni. Perché la vita è fatta di emozioni. E ognuno prova le sue. Quindi quello che dovremmo riuscire a fare è chiudere la bocca e aprire, no, non le orecchie, servono solo per sentire, ma aprire la mente. Perché solo così riusciremo a non giudicare le emozioni che quella persona ci sta portando e solo allora la potremo comprendere ed aiutare. Magari non condividere, ma comprendere ciò che Lei sta provando, tralasciando per un attimo ciò che noi pensiamo, per poter portare rispetto alle sue emozioni.

Tutto questo viene ben detto in questo video di Irene Facheris, psicologa e formatrice, che nel web dialoga molto con i giovani”.

(Annamaria Sudiero)


Essere d’Aiuto

Chi vuol Aiutare è non sempre consapevolmente un Operatore sociale, in quanto si rivolge agli altri, ma in modo spontaneo.

Vivere la relazione d’aiuto è comunque importante. Farlo con piena consapevolezza permette di utilizzare strumenti utili e spesso determinanti nell’attività di Aiuto.

E’ interessante il collegamento con la guida alpina, proposto da uno scrittore trentino, al fine di collocare correttamente il ruolo di chi aiuta.

“Come una guida alpina non decide la meta e non cammina al posto delle persone che accompagna, così l’operatore sociale si mette a disposizione delle persone in cammino per agevolare e conseguire significativi e impegnativi cambiamenti nella loro vita”

(http://www.fabiofolgheraiter.it/)    –    Folgheraiter-Fabio

L’Incontro, tutto ha inizio lì

Scriveva un gesuita francese, Michel de Certau: “ogni incontro con l’altro è un colpo alle nostre certezze“.

Quando siamo partiti nel 2012 con un’attività di “primo ascolto” rivolta alla popolazione, con uno sguardo privilegiato rivolto al quartiere di riferimento, abbiamo deciso, dopo lungo confronto, di darci un nome che non evidenziasse l’Ascolto, ma il suo presupposto, ossia l’Incontro. Da questo passaggio è nato il “Punto d’Incontro San Giorgio“.

Infatti tutto ha inizio dall’Incontro tra persone, tra gruppi, tra comunità.

Il passaggio più semplice e che ha elementi basilari è l’Incontro tra due o più persone. Nel contempo esso rappresenta il passaggio più importante e rivoluzionario.

Per noi e per gli altri.

Quanto avviene e può avvenire nell’Incontro è qualche cosa di non scontato e che risponde alle conseguenze della Relazione con tutte le sue implicazioni.

Una di queste implicazioni è data dalla forza motivante che viene a scaricarsi a terra grazie all’essere in relazione, spinta che permette il cambiamento in qualsiasi persona coinvolta.

Ma c’è qualcosa di più nella Relazione che scaturisce dall’Incontro. Inoltre nella vita di tutti contano anche gli Incontri mancanti, le occasioni perdute di esserci.

Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati dice in uno dei suoi testi recenti (http://www.eraldoaffinati.it/):

Ognuno di noi è il frutto degli incontri che ha avuto. E anche di quelli che avrebbe potuto fare e invece gli sono sfuggiti. Perfino delle esperienze mancate. Anzi, più vado avanti negli anni, più mi rendo conto che certe nostre dolorose diserzioni contano quanto le presenze che siamo riusciti  a realizzare. Siamo frammenti in un disegno complessivo…”.

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