Accoglienza e Ascolto

Forse il Capodanno  non sarà così importante per tutti. Di certo è un grande stimolo per cercare novità, aria nuova, distacco da ciò che è tossico e abbraccio verso tutto ciò che buono, tutto ciò che è bene.

Da qui l’augurio.

Ecco: sto alla porta e busso.
Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me“.

(Libro dell’Apocalisse 3,20)

Tantissimi auguri dai Redattori e dai Coordinatori/Facilitatori del Punto d’Incontro San Giorgio: Serena Angela Beatrice L. Fabiola Clitta Gianni Gianfranco e Annamaria 

COORD2018

Comunicazione nelle relazioni affettive

Che cos’è la comunicazione affettiva?

Ne ricaviamo degli spunti molto interessanti dal video del Dott. Danilo Toneguzzi,  medico chirurgo, specialista in psichiatra, psicoterapeuta. Ha a suo carico numerose formazioni, tra le quali la psicoterapia della Gestalt, la psicologia degli Enneatipi secondo il modello di Claudio Naranjo, il modello sistemico delle sostellazioni familiari, la psicologia del trauma, le leggi biologiche di Hamer. Presidente di AICo e FederCounselling, è direttore scientifico Scuola di counselling dell’Istituto Gestalt Pordenone e formatore senior Aico (Associazione Italiana di Counselling)

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Coraggio: il momento è adesso …

E’ questo il momento giusto, posso e mi ci metto

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“”Questa mattina ho fatto colazione al bar con mio papà. Sono sempre felice quando vedo mio padre e mi piace quel bar, sono gentili, il the alla menta è profumato e i biscotti sono deliziosi. La cassiera era diversa rispetto a quella che sono abituata a vedere, avrà avuto circa 20 anni e sentendomi parlare del mio lavoro, si è incuriosita. Mi ha detto che stava seguendo il mio stesso indirizzo ma che era stata bocciata e che avrebbe dovuto recuperare un anno, aggiungendo “bisogna essere fortunati per credere ai propri sogni”, alludendo al fatto che avrebbe voluto avere in futuro la mia stessa professione. Ecco, su questo io dissento. L’ho detto a lei e vorrei comunicarlo anche a voi. La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione. Se decidiamo che la fortuna non va trovata, ma piuttosto cercata, ci daremo da fare, sapendo che non potremo stare ad aspettarla ma che dovremo inseguirla. Certo, non è semplice. Certo, ci sono degli ostacoli oggettivi. Certo se la fortuna è cieca, la sfiga a volte, ci vede benissimo! Ma una grande differenza tra una persona sfortunata e una fortunata rimane. La prima dice «E’ troppo presto, non posso» e poi dichiara «E’ troppo tardi, non posso più», la seconda afferma «E’ questo il momento giusto, posso e mi ci metto.» Può essere che non riusciremo a raggiungere il risultato sperato, può essere che non arriveremo mai alla meta. Ma qualsiasi traguardo riusciremo a raggiungere, è importante potersi dire e crederlo davvero “Io ce l’ho messa tutta!” Coraggio, un passo dopo l’altro!””

Valentina Sambrotta

(Sociologa – Esperta in psicologia forense e criminologia – Professional counselor –Presidente Associazione Culturale Afrodite – Insegnante)

Giudizio e pregiudizio

In breve possiamo dire che la differenza sostanziale tra giudizio e pregiudizio consiste nella fondatezza del primo che si basa delle cosiddette prove e nell’inconsistenza del secondo, in quanto risulta basato solamente su supposizioni, su informazioni incomplete o analisi imparziale dei fatti. Non è impossibile che un giudizio, quindi basato su prove certe, corrisponda a un pregiudizio, ma il valore del primo è certamente più alto e fondato.

Dal blog del noto scrittore Mauro Cason maurocasonscrittore.wordpress.com/

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 “”Difficile distinguere nettamente i giudizi dai pregiudizi.

In teoria il pregiudizio è un giudizio già espresso, comodo da tirare fuori nei momenti in cui occorre decidere velocemente, senza dubbi o tentennamenti: i pregiudizi sono funzionali e preziosi quando c’è da capire se una situazione è rischiosa e da evitare, o se una persona ci può aggredire o è pericolosa.

Quando un bambino vive una situazione sconosciuta osserva il comportamento del genitore presente, se questi è tranquillo e sorridente anche il bimbo sarà sereno, se invece esprime paura e preoccupazione il bambino mostrerà paura e profonda preoccupazione.

I giudizi si apprendono ed i pregiudizi spesso ci salvano la vita.

Sono quindi elementi del tutto naturali, scorciatoie mentali che ci permettono di prendere decisioni “appropriate” rispetto ad eventi o persone che possiamo far rientrare nel “cassetto” del giudizio.

Gli adulti, ricchi dell’esperienza propria e collettiva, hanno moltissimi pregiudizi rispetto a situazioni e persone (sul matrimonio, la suocera, le persone di colore, gli omosessuali) ma…

Giudizi e pregiudizi sono come una cornice che delimita le possibilità, le probabilità che le cose (o persone) siano diverse da come ce le siamo dipinte nella nostra mente, da come le abbiamo sempre viste; i giudizi ci impediscono di vedere il mondo al di là dei nostri occhi, come guardassimo il mondo da una finestra e fossimo convinti che quello è il mondo e non una rappresentazione parziale di ciò che percepiamo. Confondere e far coincidere i due piani (la realtà e la rappresentazione della realtà) ci permette di avere delle certezze immediate ma toglie moltissime opportunità alle persone di essere differenti, diverse da ciò che noi vogliamo (paradossalmente) che siano.

Se le cose sono differenti, dovremmo cambiare anche i nostri giudizi radicati e conservati da anni nel cassetto chiamato “le cose stanno così”. Cambiare è in qualche modo “contro natura”, perché significa perdere equilibri per trovarne di nuovi… e ci si sente perduti, smarriti, come l’equilibrista che lascia il trapezio per girarsi e prendere quello che sta arrivando. Ecco, c’è un istante in cui è in aria, senza alcun appiglio, e fiducioso di trovare un altro trapezio proprio lì, al posto e momento giusto.

Quel momento, magico e straordinario, di assenza di punti di riferimento, è aprirsi di orizzonti e possibilità.

Diamo possibilità alle possibilità””.

(Mauro Cason, scrittore, dottore in psicologia del lavoro ed esperto in problematiche relazionali)

Oltre

Che significa per noi andare oltre in questi tempi?

Può essere un motivo per dare senso alla nostra vita?

Oggi si festeggia in molte parti del mondo il S. Natale, ha senso per noi legare Memoria e Destino ad un’azione? Cercando di andare Oltre?

“”La nostra quotidianità, l’oggi in cui viviamo, essendo l’unico tempo su cui noi abbiamo veramente presa, è anche il tempo della nostra responsabilità, ovvero il tempo della nostra risposta a una storia e a un mondo che vanno ben oltre il nostro piccolo (e a volte meschino) orizzonte. Essere responsabili quindi significa essere capaci di guardare oltre noi stessi, aver consapevolezza che il proprio agire incide sulla vita degli altri e che il bene non è mai il risultato di qualcosa che ricerco esclusivamente per me ma è il frutto di uno spendersi (quel “perdere la propria vita” di cui parla il vangelo) per un bene ricercato e condiviso con tutti.

Allora è necessario non sfuggire la quotidianità ma abitarla con maggiore lucidità, con discernimento, con larghezza di sguardo e di cuore, sapendo che in essa ci giochiamo il tutto della nostra umanità.

E’ facile infatti per tutti noi trasformare la ricchezza di vita che ogni giorno porta in sé nella banalità del ripetuto e del superficiale; e dalla banalità poi è altrettanto facile scivolare, pian piano e quasi senza accorgersene, verso la malvagità, lasciando che questa a sua volta dilaghi come un cancro e devasti le relazioni tra gli umani e degli umani con la creazione””.

(sorella Ilaria – Monastero di Bose, Magnano BI)

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E quindi Buon Natale, buon Oltre a tutti!

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Ascolto nel Vangelo

Nei Vangeli molto spesso si richiamano i valori dell’Ascolto e della Comunicazione, con riferimento a eventi precisi e riportando metafore e narrazioni simboliche o destinate all’interpretazione. E’ interessante la riflessione di qualche giorno di fratel Guido (Comunità di Bose), collegata al brano di Vangelo del 23 dicembre, che anticipa la Natività (Lc  1,57-66).

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Dal Silenzio all’Ascolto e al Discernimento

Jpegfoto gianni.f  (Duomo Ravenna 2017)

“”Mentre ci accingiamo a celebrare la nascita di Gesù, l’uomo che solo Dio poteva darci, oggi facciamo memoria della nascita del “più grande fra i nati di donna” (Mt 11,11), Giovanni il Battista. “Che sarà mai questo bambino?”, un bambino al cui concepimento è stata tolta la vergogna della madre e alla cui nascita è stata esaltata la misericordia di Dio. Vergogna della sterilità, cioè del non poter dare spazio all’altro, del non poter dare all’amore il compimento di una vita nuova. E misericordia della fecondità, cioè del creare spazi per l’altro, del generare un altro da sé come compimento dell’accoglienza di un’alterità.

Un bambino alla cui circoncisione – iscrizione nella carne di un’alleanza eterna – avviene il miracolo di una ritrovata comunicazione, di un dialogo rinato tra il fedele servitore del tempio e la profezia. Zaccaria era rimasto muto e – così almeno ci lascia intuire l’episodio odierno – anche sordo per tutti i nove mesi della crescita di Giovanni nel grembo di Elisabetta. Impossibile comunicare con lui se non a gesti, impossibile per Giovanni, tessuto nel seno di sua madre, ascoltare la voce del padre, percepirne l’alterità.

Ma forse è proprio questo innaturale silenzio, questo inceppamento della comunicazione verbale ad affinare in Giovanni, fin dal seno di sua madre, una rara capacità di ascolto e, quindi, di discernimento. È l’assenza di parole paterne, il rarefarsi di voci familiari che rende il nascituro capace di riconoscere nel saluto di Maria a Elisabetta la voce dello Sposo, la fonte dell’esultanza per chi dello Sposo è amico. Discernimento affinato poi negli ultimi tre mesi vissuti nel clima della Visitazione, di quell’esperienza unica che mostra come il farsi prossimo dell’altro nel servizio gratuito favorisce l’incontro del mistero che ciascuno porta in sé, il riconoscimento reciproco dell’innata potenzialità di apertura all’altro che ciascuno possiede.

Il discernimento, infatti – la capacità cioè di cogliere i percorsi di Dio nel cuore umano e nelle vicende della storia – dipende essenzialmente dal saper fare silenzio attorno a sé per affinare l’ascolto, per inclinare l’orecchio al minimo sussurro dello Spirito, per prestare attenzione al mistero che l’altro porta in sé e che già dialoga con quanto ciascuno cela nel proprio intimo. E, come il discernimento, anche la profezia dipende dalla capacità di ascolto: nessun profeta parla da se stesso, bensì annuncia ciò che a sua volta ha udito nella docilità al Dio totalmente altro che si rivela a chi lo voglia ascoltare, all’Altro che ha voce forte come tuono ma che può essere capito solo se prima e al di là del tuono si presta l’orecchio al silenzio trattenuto di una brezza leggera.

Lasciamoci anche noi avvolgere da questo silenzio che ascolta e discerne: come Maria e Giuseppe, come i pastori, come i poveri e i semplici di ogni tempo sapremo cogliere nel cuore della notte la voce che annuncia la gloria di Dio e la pace sulla terra, la buona notizia dell’amore misericordioso del Padre di ogni consolazione””.

fratel Guido – Comunità di Bose


 

Illusione

Troviamo in unaparolaalgiorno.it la spiegazione di illusione. “Distorsione di una percezione, dal latino: illusio, composto da in rafforzativo e ludere scherzare – da ludus gioco. Dal significato di ironia è passata a quello di derisione, e solo tardivamente ha assunto quello di ingannevole. Siamo molto abituati a connotare l’illusione nel senso di falsa speranza: questo perché è il significato che ci brucia di più, e che in effetti ben risponde all’etimo che suggerisce una presa in giro, un’ironia maligna. Ma allargando la visuale notiamo che il senso ampio di distorsione di una percezione è un gran cavallo di battaglia della nostra vita – dalla stupita ricerca delle illusioni ottiche alle illusioni d’evasione dei paradisi artistici o artificiali: in generale il contrasto fra apparenza e realtà è parecchio sentito, essendo un assurdo intuitivo al cui stridore tutti arrivano, fosse anche solo dolorosamente, nel rapporto fra la percezione di sé e quella degli altri“.

In ogni caso l’illusione è un fenomeno concreto presentissimo in tutte le situazioni della persona e nelle interrelazioni personali. Essa è “qualcosa che esiste e crea molti danni ma non fa riferimento a niente di reale” (Virginia Cioni).

Riportiamo in proposito un intervento esperienziale della nota professionista succitata, tratto dal suo blog donneincontatto.blogspot.it.

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“”In genere l’illusione viene usata come meccanismo di protezione dalla frustrazione.
Soprattutto nelle relazioni interpersonali, quando desideriamo ardentemente qualcuno che non ci ricambia o non ci corrisponde più come un tempo, continuiamo a raccontarci che magari ci sono motivi che giustificano quel comportamento, a volte esterni (è un brutto periodo… ha tanti problemi al lavoro o in famiglia…) altre volte interni alla relazione.
Questi ultimi possono assumere diverse forme, da quelle che sanciscono una crisi (c’è qualcosa nel rapporto che non va…) per finire in quelle che biasimano l’altro adducendo la responsabilità a se stessi (ho esagerato… sono io sbagliato/a… non gli ho dato abbastanza… dovevo fare qualcosa prima… ecc…).
Quando accade questo, la prima cosa da fare è cercare di ripercorrere gli eventi secondo un punto di vista obiettivo, perché l’oggettività è il primo antidoto all’illusione.
Tutte queste forme di giustificazioni hanno il solo scopo di mantenere l’altro immune dalla responsabilità, per lasciarlo tale e quale a come avevamo bisogno di immaginarlo.
Ed ecco l’aggancio con la frase della Merini (foto sotto).
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Spesso il partner si mostra subito per quello che è: anche fra le righe di gesti, dialoghi e vissuti emotivi, emergono segnali che da qualche parte vi colpiscono e porterebbero all’accendersi di spie di allarme, che spesso decidete ostinatamente di ignorare.
A volte volete continuare a non vederle anche se sono ormai sirene di ambulanza e luci abbaglianti.
Nelle ricadute di relazioni tossiche basta che il partner – restando nella metafora – vi racconti che è stato solo un brutto scherzo di qualcuno che ha chiamato il 115, che l’importante è che ora lui/lei è qui con voi e non potrà succedere niente di brutto.
Ecco allora che il piromane all’improvviso si trasformerà nel vigile del fuoco dei vostri sogni!
Vedendo in lui/lei la creatura che più di ogni altra possiede le caratteristiche che voi amate e di cui avete assoluto bisogno, come poterne fare a meno?
L’illusione ha bisogno di alimentarsi, di energia continua che togliete a voi stessi per attribuirla all’altro. Man mano che il tempo passa diventa sempre più difficile sciogliere l’incantesimo. Sapete perché?
Perché la cosa più difficile da accettare è che vi siete ingannati da soli.
Che il partner ha ben aderito ai vostri bisogni ma che la dinamica è stata di entrambi.
Scoperto questo, non resta che decidere.
Restare e continuare all’infinito a disperdere energie vitali oppure andarsene e cominciare a reinvestire su voi stessi.
A volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto” (S.J.Lec) “”
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Saper ascoltare, saper comunicare

Dal sito web psicocitta.it/crescita-personale/comunicazione.php#el

“”Comunicazione deriva dal verbo latino “communicare” che significa: mettere in comune, fare partecipe, ma anche costruire. Quando si comunica, infatti, si condivide qualcosa, si rende partecipe qualcuno di una informazione, un’idea, un’emozione o una sensazione (ad es. la paura). C’è uno scambio di contenuto e una relazione che si costruisce fra le persone coinvolte.
Questo scambio avviene all’interno di un contesto – la relazione – in cui le persone trasmettono qualcosa (conoscenze, affetto ecc.) e mandano messaggi attraverso l’uso di un codice, nel nostro caso la lingua italiana.

La comunicazione, però, non si riduce allo scambio di un contenuto verbale espresso in una lingua e all’interno di una relazione, ma è un fenomeno molto più complesso, ricco di una serie di altre informazioni. La comunicazione infatti è il veicolo attraverso cui una relazione si manifesta e attraverso cui manifestiamo “noi stessi”. Possiamo comunicare con il corpo oppure con il linguaggio, tramite la voce o la parola scritta… fatto sta che in ogni momento attraverso il “come lo facciamo” stiamo comunicando le nostre intenzioni, il nostro modo di essere, e gli altri lo stanno comunicando a noi.

La comunicazione non verbale entra in gioco anche durante l’ascolto, in quanto per comunicare bene è necessario saper ascoltare. Può sembrare banale ma non lo è, in quanto l’ascolto è una componente importante della comunicazione, indispensabile per essa affinché si instauri e si mantenga.
L’ascoltatore non ha un ruolo passivo, perché deve comprendere – cosa a volte non semplice – quello che il suo interlocutore sta dicendo e a quale scopo, elaborare il messaggio per poter rispondere o compiere un’azione, cercare di non dare giudizi sul messaggio ricevuto.
In questo processo di “comunicazione attiva”, il “ricevente” non si concentra solo sul messaggio verbale, bensì può “leggere” altri significati sul volto, gli occhi, il comportamento del suo interlocutore e le sue sensazioni. Allo stesso modo durante l’ascolto dovrà fare attenzione a quello che lui stesso sta comunicando a sua volta con il corpo, con gli occhi, con l’atteggiamento.

Imparare a comunicare è importante per essere compresi dagli altri, e aiuta noi a capire loro. Se ci rendiamo conto dell’importanza – in senso negativo – che possono avere le incomprensioni, possiamo facilmente capire quanto può essere utile migliorare la nostra capacità di comunicare””.

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Facilitazione sociale

Una forma sempre più incisiva e, in ogni caso, sempre più attuale, di Aiuto e di sostegno alla Relazione è la Facilitazione  sociale. Per esempio nella gestione di gruppi. Gestire gli incontri in modo efficace, valorizzare i diversi punti di vista, saper lavorare e decidere insieme senza disgregarsi. In un periodo di profonda trasformazione sociale, anche i gruppi richiedono un aggiornamento rispetto alle tradizionali dinamiche e ciò appare determinante in una società attraversata da profonde trasformazioni in ambito sociale, economico, ecologico, culturale e politico. La “facilitazione”, con i suoi strumenti, intende proprio favorire questo processo, migliorando la vita del gruppo affinché questo abbia continuità e cresca nel tempo. Come facilitare, dunque, le relazioni? Abbiamo tratto spunto da alcuni interventi di Roberta Radich, sociologa, psicologa, psicoterapeuta e facilitatrice (tra l’altro presidente del Centro CAPTA di Vicenza).

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“”La Facilitazione è l’arte di aiutare i gruppi a gestire gli incontri in modo efficace, piacevole e partecipativo, favorendo quindi il raggiungimento degli obiettivi e l’inclusione di ognuno nel gruppo. Tutti noi abbiamo l’esperienza di incontri o riunioni lunghe e frustranti perlopiù inconcludenti, inutilmente conflittuali o, dove, con estenuanti pretestuose formalità, solo alcuni decidono escludendo i più da queste decisioni. Il facilitatore aiuta il gruppo a gestire il processo, a negoziare le regole, a focalizzare obiettivi e azioni per perseguirli con più efficacia e consapevolezza, favorendo nel contempo le relazioni tra i membri del gruppo. La vita del gruppo deve essere piacevole per avere continuità e crescere nel tempo. In ambito sociale è importante favorire e garantire la partecipazione il più possibile orizzontale nei momenti di confronto, di progettazione e soprattutto nei momenti decisionali. Il coinvolgimento diretto permette infatti di attivare le persone, di renderle consapevoli e responsabili rispetto agli obiettivi da raggiungere (non esiste democrazia se non è democrazia realmente informata e consapevole), e quindi di aumentare la loro disponibilità a lavorare per il gruppo. Oggi è comune la lamentela: “le persone non partecipano”. I tempi sono cambiati le persone non partecipano solo per senso di appartenenza o per necessità ideologica: vogliono essere coinvolte sulla base di bisogni e mete che sentono importanti per se stessi. Coinvolgere emotivamente, relazionalmente e idealmente nelle decisioni e nel processo del gruppo può assicurare quella partecipazione che oggi manca e la possibilità di raggiungere gli obiettivi che si desiderano. La facilitazione può essere utile per qualsiasi tipologia di gruppo (più o meno numeroso, con obiettivi di breve o lungo periodo, con scopi specifici o più generali, con finalità di lucro o di utilità sociale). Ovviamente la modalità di facilitazione va adattata al tipo di organizzazione, alla richiesta e agli obiettivi di ciascun gruppo. La facilitazione in ambito sociale si rivolge in particolare a gruppi che promuovono il cambiamento personale, sociale, ecologico o politico, quindi ad esempio a comitati, associazioni, organizzazioni di cittadinanza attiva, fino alle organizzazioni politiche (anche se queste, spesso, sono non a caso abbastanza lontane da questo tipo di modalità partecipativa). Alcune forme di facilitazione sono usate anche in ambito aziendale classico, ove si desidera promuove un buon clima aziendale, la creatività del team e la capacità di co-decisione””.

(da italiachecambia.org/2017/01/facilitazione-cambiare-mondo-partendo-relazioni/)

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Nella nostra associazione esiste una valida iniziativa che è ben conosciuta e che è sorretta da diverse abilità e competenze che messe assieme costituiscono il “Punto d’Incontro San Giorgio”. Sono oggi 5 anni che questa iniziativa opera nel quartiere allargato. Oltre agli auguri e al sostegno ai tanti operatori volontari che agiscono spesso sotto traccia, vogliamo chiedere loro di aiutarci in due direzioni: riuscire nel fare rete nel quartiere e capire, anche raccogliendo nella nostra realtà informazioni utili e proposte, quali siano oggi i veri nuovi bisogni sociali del nostro quartiere”.

(Giorgio Santacaterina – Presidente San Giorgio Onlus – da intervista su newsletter Novità in Lettera n. 51 dicembre 2017)