Finalmente le mascherine …

di Beatrice Bertoli


Finalmente ci siamo ritrovati dietro ad una mascherina per riscoprirci tutti uguali, sì, tutti sulla stessa barca.

Gli occhi spuntano per dire: “Ah, eccoti qua, anche tu con le mie stesse paure”.

Tutti vulnerabili e tutti potenzialmente vittime, ci incrociamo per le strade quasi non guardandoci, negando questa realtà che ora è normalità.

E’ normale preoccuparsi del diverso (forse contagioso?) e ci sentiamo così anche liberi di avere paura.

Le paure sono quelle che ci hanno creati diversi, ognuno rinchiuso nei propri timori e, soprattutto nella società di oggi, sono timori che vogliamo tenere ben nascosti.

Forse viviamo bene nella nostra bambagia fatta di ipocrisia e buonismo ma è necessario trovare il coraggio di superare ciò.

Mi rendo conto che questa pandemia ci ha resi ancora più chiusi, ma occorre un atto di consapevolezza e di coraggio per guardarci ancora dritti negli occhi e, sotto sotto, sotto anche alle nostre mascherine, sorriderci.


Sorridere (Pixabay)

L’arte di essere fragili …

 

… O vulnerabili. Di Alessandro D’Avenia (parole e corto).

Ma riusciremo di questi tempi a dare un posto a questa “arte”?

“Si tratterebbe di essere piccoli di fronte all’enormità. La fragilità ci permette di scoprire la meraviglia. Riconoscersi piccoli ci fa percepire l’infinito. E’ lo stato che ci consente di svelare quello che si trova al di là … Insomma la vulnerabilità è l’arma di più potente”.

A cura di  IMG_0224   Gianni Faccin

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Persona fragile

Com’è una persona fragile?
Naturalmente influenzabile. Naturalmente non in grado di fare scelte per se stessa,
scelte che crede di non meritare.
E’ una persona che non si ama, non crede di meritare amore.
Il fragile accetta.
Soprusi, vendette, nervosismi altrui: questa persona li sa far propri e non saprà ribellarsi ad essi.
La persona fragile si riconosce subito: nelle difficoltà, nel preoccuparsi degli altri prima di se stessa.
Questo se stesso è confinato nel dimenticatoio e non trova spazi.
Gli spazi che si dedica sono effimeri e pochi: l’ altro viene prima.
Come si vive aspettando l’ amore di un altro che non c’è?
Non si vive.

Così il fragile rischia anche di rinunciare alla Vita.

 

13924975_10210263084402884_1011753338837004962_n   Beatrice Bertoli

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Fragili noi …

Rimaniamo, in questi giorni che precedono il “S. Natale”, sul tema “fragilità”.

Che significa questa parola e come possiamo avvicinarla nella sua autenticità?

È una parola che rappresenta una qualità. Di norma riguarda in ambito fisico la proprietà di un oggetto che alle prove meccaniche statiche presenta un carico di elasticità molto prossimo a quello di rottura, con modesta capacità di allungamento, e la proprietà di un materiale che alle prove dinamiche presenta scarsa resistenza all’urto.

Se dalla fisica andiamo alla medicina, scienza più prossima al software umano, troviamo la seguente definizione: facilità a rompersi, o diminuita resistenza a traumi. Ma anche bassa resilienza o vulnerabilità.

La cosa sconcertante è che – di norma – partiamo dall’idea che sono gli altri ad essere fragili o vulnerabili o anche deboli. Non solo, ma d’impeto diventiamo i “cavalieri bianchi” che cercano vie per aiutare in qualche modo.

In realtà la fragilità è una cosa che riguarda tutti. E’ una condizione normale di vita. La fragilità abita in ciascuno di noi.

Sorpresa? No, se ci pensiamo bene.

Secondo Eugenio Borgna, la semplice risposta è che “la fragilità fa parte della vita, ne è una delle strutture portanti (…) ne è una condizione normale”. Infatti tra la domanda e la risposta ognuno di noi potrebbe scrivere la storia della propria vita, in tutti quegli aspetti fragili che di solito tendiamo a nascondere agli altri e – di fatto – anche a noi stessi. E se risaltano anche solo in parte, non sfuggono più “al fascino stregato del pregiudizio che nasconde in sé un segreto disprezzo per la debolezza che si manifesta nella vita incrinata dalla malattia, dagli handicap e dalla condizione anziana”.

Il pregiudizio è una falsa credenza che ognuno costruisce per non farsi toccare dalla complessità e dai dolori che la vita stessa, nel suo svolgersi, porta con sé. Non ci fa piacere riconoscerci anche fragili. Quindi costruiamo giudizi a priori e diventiamo automaticamente giudici (di noi stessi e degli altri).

Laura Mazzeri ha scritto che “neppure desideriamo scorgere aspetti fragili nei genitori, nei figli, nel compagno e nell’amico più caro, perché le stigmate della fragilità che riconosciamo in loro potrebbero entrare in risonanza con le nostre”.

Arrivati a quel punto dovremmo accorgerci della nostra personale fragilità e occuparcene.

Già, occuparcene. Se non ora quando?

A proposito, buon Natale!

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IMG-20150524-WA0001  Gianni Faccin

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(Fonti: “La fragilità che è in noi” – Eugenio Borgna, Einaudi / “Tra due vite” – Laura Mazzeri; Giunti / http://www.Treccani.it)

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Fragilità!

E’ ancora un argomento”fragile” che tocco, e con esso i fragili.
Perché cadere nel vortice della droga è una scelta univoca, che non lascia spazio alla ragione.
E’ una scelta non ponderata per tutelarsi dalle ingiustizie di questo mondo.
Quale periodo più vulnerabile dell’ adolescenza, quando si cerca un rifugio nell’adulto  che non è in grado di ‘fornire’, o meglio di ‘essere’ esempio?
E’ un vortice che attrae come una risposta mai avuta, una richiesta di aiuto mai esaudita né udita.
E poi il corpo. Non più rispettato diventa protagonista del male
e l’anima, il bene viene confinato in una cieca speranza che non verrà esaudita.
Come spiegare che il bene esiste e ognuno di noi ne è artefice?
Il bene come risposta alla fragilità diventa essenziale, anzi essenza che deve essere toccata dall’adolescente, vissuta.
Con l’ esempio delle figure adulte“.
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13924975_10210263084402884_1011753338837004962_n  Beatrice Bertoli
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Fragilità o povertà? -II-

Seconda parte del pezzo di Gianfranco, resoconto dell’indagine promossa dalla Cooperativa Samarcanda con i comuni e le associazioni di assistenza locali  sulla attuale situazione di povertà nell’Alto Vicentino.

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 “E’ evidente che serve qualcosa di più rispetto alle indagini quantitative, ovvero occorre aggiungere indagini qualitative a quelle quantitative. E ciò perché la povertà si è trasformata in una fragilità diffusa dovuta a: perdita del lavoro o  fallimento dell’azienda, rottura familiare, malattie invalidanti, dipendenze vecchie e nuove (ludopatia) e  … può colpire diversi livelli sociali.

Nella ricerca compaiono storie di persone che si sono ritrovate “senza tetto” e questo colpisce anzitutto l’interessato, ma anche la famiglia, e ha ripercussioni sulla comunità. Infatti l’evento improvviso produce nella persona un crollo dell’autostima, che ha come probabile conseguenza una rottura familiare e quindi una perdita del primo supporto: sono persone di questo tipo, magari  prima agiate, che preferiscono rivolgersi non agli sportelli istituzionali, ma  ad organismi informali

Nel territorio dell’Alto Vicentino questi supporti hanno saputo interagire meritoriamente, ma nei prossimi anni  la creazione di modalità di connessioni fra i servizi e le reti informali dovrà diventare strategica. 

Infatti, la deriva personale comporta una progressiva perdita di salute fisica e mentale, tanto che l’ulteriore peggioramento conduce inesorabilmente al ‘pronto soccorso’ come sportello salvavita. E il sistema di risposta, ancora impostato sul passato, fatica ad affrontare questa nuova situazione. Le indagini di tipo qualitativo a supporto delle statistiche potrebbero offrire alcuni orientamenti .

Da quanto esposto qui sopra, si capisce il rischio che il sociale sia “sanitarizzato”.Ma il nostro sistema è socio-sanitario e questo va valorizzato. Di fronte a una grave difficoltà personale che potrebbe precipitare, occorre mettere in atto delle opportunità di reinserimento relazionale/lavorativo e questo richiede capacità di intervento precoce e di collegamento tra chi opera nel campo;

2) Serve allora un monitoraggio integrato: bisogna rompere le separazioni di tipo amministrativo, perché la formula vincente è l’integrazione fra comuni, asl, centri per l’impiego, cooperative e volontariato;

3) Occorrono anche interventi settoriali con politiche adeguate di sostegno da parte del comune: attualmente, per esempio, Schio privilegia il problema abitativo, Malo quello scolastico …

In conclusione, la ricerca ha avuto come scopo quello di introdurre nel ‘piano conoscitivo’ delle analisi capaci di penetrare nel sommerso per scoprire per tempo le fragilità, con la collaborazione di chi viene direttamente a contatto con le realtà di disagio sociale.

Senza un rapporto costante tra reti formali (istituzioni) ed informali (associazioni, gruppi di sostegno, ecc.) la programmazione rimarrebbe debole”.

10568954_432358706905565_2806075779848511361_n  Gianfranco Brazzale

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Fragilità o povertà? -I-

Che cosa vuol dire “fragile” ce lo dice il latino da “frangere”: spezzarsi, rompersi. Si dice che qualcosa è fragile quando questo qualcosa ha strutturalmente la caratteristica di rompersi.

E un primo concetto che ci porta alla situazione descritta è proprio il concetto di “povertà”. L’E. Treccani spiega che “la povertà è un concetto allo stesso tempo intuitivo e ambiguo. Esso dipende dalla società cui si fa riferimento, ma anche dal punto di vista di chi è interessato alla sua definizione ed, eventualmente, alla sua misura. In origine il concetto di povertà è stato probabilmente associato alla preoccupazione di definire la distribuzione della ricchezza; ma, al contrario delle più raffinate misure distributive, esso si è imposto come una nozione intuitiva indipendente dall’esistenza di grandi diseguaglianze sociali. Più precisamente, il concetto di povertà è legato all’idea che è necessario raggiungere un livello minimo di reddito (o di altri diritti di uso o consumo dei beni) per poter vivere normalmente, ossia per non soffrire conseguenze inabilitanti sul piano fisico, o essere oggetto di ostracismo da parte degli altri membri della società”.

E la nostra società di riferimento, il nostro territorio quali segnali ci dà oggi su questo tema? Come possiamo stabilire un rapporto tra fragile e povero? Cominciamo a ragionarci su partendo da dati concreti e locali.

L’Alto vicentino è stato definito un’area ad alta coesione sociale. Orbene, grazie al lavoro della Cooperativa Samarcanda Onlus di Schio è stata svolta, con la collaborazione di diversi comuni e di diverse realtà associative locali, una indagine mirante a conoscere i nuovi profili della povertà.

Visto l’importanza del tema pubblichiamo nel nostro blog – in due puntate ravvicinate – un resoconto dell’indagine, a firma di un nostro operatore volontario, che ringraziamo,  di quanto presentato dalla Cooperativa Samarcanda l’11 ottobre scorso in occasione della “Giornata mondiale di contrasto alla povertà” (La Redazione DTA).

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“Fino a pochi anni fa, nella nostra zona, la povertà veniva considerata un fenomeno del passato (che portò alle note emigrazioni) perché il 99% della popolazione, grazie allo sviluppo economico, si trovava in una condizione di benessere e coltivava aspettative di progresso per i figli.

La vera povertà era circoscritta a situazioni marginali che venivano affrontate con l’assistenza e le politiche del settore ritenevano di poter assorbire il fenomeno.

I censimenti dal 2001 al 2011 rilevano che solo una bassa percentuale delle famiglie versava in stato di bisogno.

Con la crisi economica iniziata nel 2008, è la situazione generale a farsi più allarmante: si affaccia il rischio di impoverimento, segnalato principalmente con la fatica ad ‘arrivare a fine mese’ o ad affrontare una spesa improvvisa o a pagare i costi della casa …

Che strumenti ha adottato lo Stato per affrontare il problema?

Nel 2017 il sostegno all’inclusione, nel 2018 il reddito di inclusione e nel 2019 il reddito di cittadinanza, che ha allargato la platea, grazie all’abbassamento dei valori ISEE.

Nei Comuni oggetto di indagine (Schio, Malo, Marano V., S. Vito di Leguzzano, Santorso, Thiene) solo quattro residenti su mille (4 su 1000) hanno fatto domanda per il reddito di cittadinanza: una percentuale che parrebbe non allarmante. 

Ma gli strumenti quantitativi utilizzati dalle Istituzioni (comune, Inps, ecc.) sono adeguati a cogliere i processi sommersi di impoverimento?

Domanda cruciale se si considera che quelli che si rivolgono al volontariato sono in realtà molti di più di quelli rilevati dalle statistiche” [segue].

 

10568954_432358706905565_2806075779848511361_n Gianfranco Brazzale

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“E’ con le porte aperte che ci si aiuta …”

E’ il momento in cui tutti ci si augura buon anno nuovo. Noi di DimmiTiAscolto lo facciamo proponendo un breve filmato d’eccezione, un filmato di 9 minuti circa che ricomprende tutta una vita e l’infinito. Con questo formuliamo a tutti e a noi stessi l’augurio tra i più belli: “E’ con le porte aperte che ci si aiuta …“.

Ezio Bosso è un pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano.

Ecco alcune sue frasi:

“Se uno ha bisogno è con le porte aperte che ci si aiuta, non con le porte chiuse”.

“La musica non arriva a caso. Quando riguardo la mia vita penso che più che scegliere la musica è la musica che mi ha scelto perché ne avevo più bisogno degli altri”.

“La malattia alla fine mi ha permesso di scoprire altre cose. Il cambiamento del mio corpo mi ha insegnato a non aver più paura”.

“Io sono fortunato. Quando apro gli occhi sono fortunato. Come fai a non sentirti fortunato quando incontri un sorriso”?

“L’ultima nota. Non esiste l’ultima nota perché l’ultima nota che suona uno strumento è la nota che inizia l’altro”!

“La fragilità. Negli anni ho rivisto questo concetto, oggi non ho paura della fragilità. Mi fa paura chi non vuole rivelare la sua fragilità”.

“La vita è fatta di gesti, incontrarsi è un gesto enorme perché è anche dare fiducia”.

“Quando mi hanno chiesto quale fosse il mio progetto ho risposto: il mio progetto sta in quello che lascerò”.

 

 Da “La porta aperta” puntata del 10/12/2017 de I dieci comandamenti (intervista di Domenico Iannacone – Raiplay)