Speranza, Accettazione … Condivisione

di Ivonne Gecchelin


Durante i tre mesi di isolamento ho potuto condividere con due amiche, tutte siamo provate ed accomunate da esperienze familiari di malattia, gli stati d’animo della Speranza e dell’Accettazione.

In questi giorni ho riflettuto sugli incontri del nostro gruppo e ho avuto la sensazione di un ‘attesa, come se ci fossimo preparati al momento in cui ci sarà bisogno di noi.

L’isolamento forzato è diventato una ferita dolorosa per molte persone, ma anche un’opportunità di meditazione e di pace e riflessione su se stessi.

Abbiamo curato le nostre ferite per essere pronti a curare le ferite altrui ed essere pronti se ci viene chiesto di aiutare qualcuno.

Abbiamo lavorato non solo per curare le nostre ferite e quelle altrui, ma per fare delle nostre ferite una fonte di aiuto per gli altri.

Quello che voglio dire non è compartecipare al dolore altrui in modo superficiale, bensì capirlo meglio e avere cura e compassione dell’Altro, quasi una testimonianza, un dono generoso di sé.

È come se noi accogliessimo dei viaggiatori in cerca di acqua fresca, di un cenno di incoraggiamento alla propria ricerca di sé.

Ma i problemi sono i miei o i suoi?

Ecco che, per poter prestare attenzione all’Altro, io devo avere la condizione della pace interiore e riuscire a creare uno spazio libero da ogni peso e da ogni timore, per poter veramente accogliere l’Altro.

Quando non abbiamo più paura di entrare nel nostro nucleo, facciamo nostra l’esperienza del dare perché sperimentiamo che la nostra vita è un dono e ci sentiamo amati dal Creatore, Colui che ha un cuore molto più grande del nostro, e siamo liberi di far entrare gli altri in quello spazio creato per loro con le loro diversità.

Anche la speranza diventa così condivisione.

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Ospitiamo oggi un contributo nato dalle riflessioni di Ivonne in seguito alla situazione di isolamento dovuto alle restrizioni anti Covid-19. Ivonne Gecchelin, da anni impegnata in campo sociale, è componente del nostro gruppo di operatori volontari nell’ambito del “progetto DIMMItiASCOLTO”.

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Grazie Ivonne.


Immagini Pixabay: purezza.

Il viaggio ti cambia

Sono spesso proprio gli spot pubblicitari, guarda caso provenienti dagli operatori di comunicazione o di viaggio, che ci insegnano, che ci emozionano, indicandoci la via d’uscita alle nostre attese. E’ il caso recentissimo dello spot SAS.

Basta ritrovarci nel viaggio, nel nostro viaggio, per poter anche noi entrare nel flusso.

E alla fine di ogni viaggio c’è un incontro …

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Da Redazione DimmiTiAscolto

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L’arte di attendere


Abbiamo da poco trascorso le festività di fine anno verso le quali in ogni circostanza facciamo sempre una corsa sfrenata spesso inconsapevole. Una corsa ad interpretare la parte di chi vuol vivere dei momenti di pace e felicità, dei momenti anche goderecci, illudendosi di sanare le ferite che ci si porta dietro, unendo il sacro al profano, ma in realtà facendo fatica a vivere il sacro, vero movente di queste festività. Poi, espletate le funzioni consumistiche, ci si augura buon anno nuovo, illudendoci di trovare una dimensione trasformatrice solo perché si cambia calendario, si gettano cose vecchie o si attualo lo “sballo”. Perdiamo o abbiamo perso il senso dell’attesa. C’è chi sconfessa o addirittura “odia il capodanno”. C’è anche chi trova in questa parte dell’anno motivazioni importanti che hanno nel relativo festeggiamento radici lontane. E non possiamo non individuare in queste dimensioni dei tratti salvifici, stimoli al miglioramento.

nuoveprospettive

“”Dietro a sé una vita segnata dalla sofferenza: un marito morto dopo appena sette anni di matrimonio. Una storia d’amore tragicamente spezzata, sogni, progetti di vita infranti. Il dolore può indurire il cuore; ci si rinchiude nella propria sofferenza, ci si crea una dura scorza nell’illusione di difendersi da altre ferite. A volte non si vede più la sofferenza altrui, anzi si scarica la propria sofferenza sugli altri e si guarda con occhio cattivo chiunque osi essere felice. A volte si perde la voglia di vivere, la speranza che la vita possa offrirci qualcos’altro…  Di Anna si dice che “era molto avanzata in età”, poi si precisa “aveva ottantaquattro anni”; per lunghissimi anni ha patito l’assenza di colui che aveva amato ed era divenuto compagno della sua vita; dopo la sua morte, ha vissuto in compagnia di un incolmabile vuoto. Eppure Anna non si è rassegnata, ha assunto l’assenza, il vuoto, vivendoli come “luoghi” di attesa; ha celebrato l’Avvento con la sua vita, divenendo con tutto il suo essere attesa del messia. “Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Con digiuni: a significare che il cibo materiale non basta a saziare la sua fame; con preghiere: cioè nella tensione di tutto il suo essere verso colui che deve venire e che solo può salvare, dare senso alla vita. Saper attendere è un’arte, che il nostro tempo impaziente ha dimenticato; si vorrebbe tutto e subito. Anna ha imparato l’arte dell’attesa. 

Anna sa discernere in un bambino i segni della vita; quel bambino porterà guarigione là dove regna la malattia, consolazione dove regna la disperazione, vita dove regna la morte“”.

Sorella Lisa . Monastero di Bose