Bilancio di un decennio

di Clitta Frigo e Gianni Faccin –

Verso i 10 anni di attività ci fermiamo a riflettere consapevoli che “occorre aver cura di sé, per potersi occupare anche degli altri …”.

La nostra attività è iniziata nel dicembre 2012 a Poleo di Schio (Vicenza) nella vecchia canonica in disuso, su esplicito invito dell’allora parroco don Andrea Mazzon. Eravamo un gruppo numeroso di volontari che credeva nella dimensione dell’ascolto delle persone. Già in quegli anni era evidente come nessuno non ascoltasse più nessuno. E noi volevamo assolutamente darci da fare al riguardo, visto che su altri fronti c’era fortunatamente affollamento. In ogni caso a noi, spesso, pareva di essere fuori della realtà, avendo scelto una via stretta di volontariato sociale. Nel confronto sempre serrato con il nostro principale follower (il parroco), che qualche perplessità non gli mancava mai, ne veniva fuori una strana definizione di “ascolto”: era una confessione a porte chiuse, a lui toccava la confessione religiosa e al nostro centro la confessione laica. Poi ci diceva, di fatto incoraggiandoci, che il nostro indirizzo vedeva molta più richiesta del suo …

Come che sia, siamo arrivati a questo traguardo con una mole notevole sia di colloqui con persone e gruppi, locali e fuori zona, sia con una quantità notevole di incontri tra volontari al fine di condividere esperienze, problemi, situazioni, prospettive e formazione. Quest’ultima ci ha sempre accompagnato anno per anno sotto la guida di professionisti che credevano nella nostra mission oltre ad essere competenti e preparati.

In questo pezzo, che inaugura alcune uscite pubbliche aventi lo scopo di tirare le somme, ricaricarsi e ripartire su nuovi presupposti, prendiamo le mosse proprio dalla formazione. L’attività è stata costante, specifica ma anche diversificata: inizialmente su come si ascolta, sulla comunicazione autentica e sull’assertività, sulla resilienza, sul senso di fare volontariato e di aiutare, sul linguaggio del corpo e su molto altro; infine, sul ben-essere personale nostro e altrui.

Non è scontato quanto abbiamo maturato in tutti questi anni in tema di “aiutare gli altri”. Pare ovvio, ma non lo è: se sappiamo, come prima cosa, prenderci cura di noi stessi, staremo bene quanto basta per essere più d’aiuto anche agli altri.

Quindi è bene essere altruisti, disponibili, generosi, ma è anche bene che questa apertura di credito non porti all’accantonamento dei propri bisogni personali.

Vediamo il caso dell’ascolto, atteggiamento che può essere molto attivo e coinvolgente, e proprio per questo un grande strumento di aiuto.

Dicono K. Geldard e D. Geldard (1): Aiutare gli altri a sentirsi un po’ meglio – ascoltando in modo attivo e rispettoso i problemi che ci raccontano – può essere senz’altro gratificante. C’é anche da considerare, però, l’altro lato della medaglia, ossia l’impatto emotivo che questo ascolto comporta. Ognuno, nel ruolo di ascoltatore, mette a disposizione del tempo, dell’attenzione, delle energie emotive. che lo vogliamo oppure no, è probabile che finiamo anche per essere contagiati, almeno in parte, dalle emozioni negative di chi ci sta di fronte. Sapere che stiamo aiutando qualcuno è un legittimo motivo di soddisfazione; è inutile negare, però, che ogni conversazione d’aiuto può rivelarsi faticosa e addirittura logorante, se non sappiamo calibrare, in qualche modo, il nostro coinvolgimento emotivo. … Se si decide di continuare ad aiutare gli altri occorre saper riflettere sui propri bisogni personali, su come badare a noi stessi per poi essere nelle condizioni di aiutare gli altri. L’esperienza insegna che se non ci prendiamo cura a sufficienza delle nostre esigenze fisiche, sociali ed emotive, risulteremo anche meno efficaci nell’aiutare gli altri …”.

[segue]

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Citazione e nota (1): da Parlami, ti ascolto di Kathryn e Davide Geldard – ed Erickson 2016 (testo disponibile in LIBRARSI LIBERI)

Immagini: in evidenza GiFa2022 Nflix scena – in chiusura Gruppo Volontari in occasione formazione con dott.ssa Anna Savegnago


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