Dare spazio a silenzio e ascolto

di Gianni Faccin

In questi tempi e in questa estate di augurabile pausa dalle consuete attività, ci potrebbe essere occasione di trovare speciali spazi di silenzio e ascolto.

In un mondo dove tutti vogliono esprimere opinioni e giudizi, l’abilità di ascoltare, ovvero di stare in silenzio, è forse quella più difficile da mettere in pratica.

Interessanti gli spunti che ci vengono dagli antichi testi di Plutarco, dai testi di Ivan Illich e dai contributi proposti nella pagina Facebook dalla rubrica di “Counseling nella Relazione d’Aiuto”.

Il silenzio maturo ascolta e riconosce, rispettando chi parla. Un radicale cambiamento in tal senso darà finalmente inizio a un rinnovato rapporto col mondo e con gli altri, ma soprattutto con noi stessi.

La nostra cultura è quella più satura di suoni e rumori nel tempo e nello spazio. Qualcuno sostiene che il silenzio dovrebbe essere considerato un diritto comune, un “uso civico” che serve alla meditazione, al pensiero, all’apprendimento, per tacitare le passioni, la sofferenza che viene dall’ignoranza. In epoche lontane esistevano dei santuari silenziosi, immersi nella natura, dove chiunque poteva isolarsi per eliminare ogni tensione psichica. Del resto, come ha bisogno del riposo e del sonno per rigenerare le proprie energie vitali, l’uomo ha anche la necessità di momenti di solitudine per ritrovare uno stato di quiete interiore fatto di silenzio limpido e compatto.

C’è chi rincorre spazi fisici di silenziosa tranquillità per ricostruire il proprio metabolismo spirituale, e chi invece non bada alla ressa e addirittura soffre nel trovare troppa quiete negli ambienti naturali, sollecitato com’è dalla macchina consumistica e dall’irrequietezza che è propria del nostro tempo. Siamo divoratori di spazio, abbiamo acquisito una mobilità ignota alle antiche generazioni, ci si muove dietro alle tendenze dettate dalla pubblicità, siamo condannati da tutte queste realtà oggettive, da un cambiamento culturale che allontana sempre più dal silenzio da cui si fugge per paura, come per la paura del vuoto.

Lontano dagli strepiti dell’artificiale e del superfluo, c’è un’etica del silenzio che non sta nel non parlare, ma nel saper tacere quando è tempo di tacere, e nel saper parlare quand’è il suo tempo. Una virtù, questa, che però deve godere della libertà di parlare o di tacere, e sceglierne il tempo.

Uno scrittore americano ricorda il consiglio di un indiano Sioux: quando devi rispondere a una domanda importante, prima di parlare aspetta cinque minuti. Se rispondi subito le parole vengono dalla mente, se rispondi dopo aver aspettato vengono dal cuore.


Foto Pixabay: silenzio in riva al lago

Autore: DimmiTiAscolto

Centro di ascolto e di cultura - emanazione Gsm San Giorgio Odv

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